Non solo un passaggio giudiziario, ma una ferita che continua a interrogare le coscienze. A distanza di anni dalla morte di Donato Monopoli, il giovane di 26 anni di Cerignola vittima di una violenta aggressione in una discoteca di Foggia il 6 ottobre 2018, torna a farsi sentire la voce della famiglia attraverso il criminologo Michel Emi Maritato.
“Un dolore che non si è mai spento”
“Le parole dei genitori di Donato non sono soltanto una testimonianza di dolore: sono un atto di dignità”, afferma Maritato, che segue la famiglia nella vicenda (il 23 marzo il processo d’appello bis, ndr). Un dolore composto ma fermo, che “attraversa il tempo e interroga le coscienze”.
Secondo il criminologo, il ritorno in aula rappresenta molto più di un momento tecnico: “È la riapertura di un dolore mai sopito”. Donato, ricorda, “non è un numero: è una vita interrotta, un futuro sottratto”.
“Non è una semplice vicenda giudiziaria”
Per Maritato, il caso Monopoli va oltre il processo. “Non siamo di fronte a una semplice vicenda giudiziaria, ma a un banco di prova per il senso stesso di giustizia e per il valore che attribuiamo alla vita umana”.
Parole che chiamano in causa non solo le istituzioni, ma l’intera comunità.
L’appello alla società
“Alla comunità civile, alle istituzioni, ai cittadini: non distogliete lo sguardo”, è l’invito del criminologo. Un monito chiaro: “L’indifferenza è il primo alleato dell’ingiustizia”.
La storia di Donato, sottolinea, riguarda tutti: dalla sicurezza dei giovani al rispetto della vita.
“Non chiediamo vendetta, ma verità”
Il messaggio finale è diretto e senza ambiguità: “Noi non chiediamo vendetta. Chiediamo verità. Chiediamo giustizia. Chiediamo rispetto per Donato”.
E ancora: “Non ci fermeremo, non arretreremo. Non permetteremo che il silenzio prenda il posto della verità”.
Un appello che torna a riecheggiare con forza: giustizia per Donato.










