“Scriviamo queste righe con il cuore pesante, ma con la schiena dritta”. Comincia così il nuovo appello della famiglia di Donato Monopoli, il giovane cerignolano di 26 anni morto dopo una violenta aggressione, a quasi otto anni da quella notte che ha cambiato per sempre le loro vite.
Dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione, il procedimento giudiziario a carico dei foggiani Francesco Stallone e Michele Verderosa, inizialmente condannati in secondo grado rispettivamente a 10 e 7 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale, tornerà in aula il 23 marzo con un Appello bis. Un passaggio tecnico, ma dal peso enorme per chi, da anni, attende una verità definitiva.
Il dolore che non passa e il tempo della giustizia
Per i genitori di Donato, ogni udienza rappresenta una ferita che si riapre. “Per molti questi sono solo termini tecnici, passaggi procedurali o freddi rinvii tra aule di tribunale. Per noi ogni nuova udienza è una ferita che si riapre”, scrivono.
Sono trascorsi quasi otto anni dall’aggressione e quasi sette dalla morte del giovane. Un tempo lungo, scandito da attese, silenzi e assenze che continuano a pesare nella quotidianità della famiglia.
“Sette anni di silenzi, di vuoto a tavola, di sogni spezzati. Eppure, dopo tutto questo tempo, siamo ancora qui, sulla soglia di un tribunale a chiedere la verità”.
Chi era Donato Monopoli
Donato aveva 26 anni. Un ragazzo descritto dalla famiglia come pieno di sogni e progetti, con una vita davanti ancora tutta da costruire.
“Era un ragazzo pieno di sogni, con progetti pronti a decollare e un sorriso che aveva il potere di riscaldare anche le giornate più piovose”, ricordano i genitori.
Quel sorriso si è spento in una notte di violenza che ha segnato un prima e un dopo. Da allora, spiegano, la loro esistenza si è trasformata in una missione: ottenere giustizia.
Il nuovo processo e la paura dell’oblio
L’Appello bis rappresenta un nuovo punto di partenza, ma anche il rischio di dover ripercorrere tutto il dolore già vissuto. “Significa dover dimostrare ancora una volta ciò che è evidente, lottare contro il tempo e contro il rischio che l’oblio cali su questa vicenda”, scrivono.
La famiglia sottolinea come la verità non possa essere logorata dal tempo né attenuata dai tecnicismi giudiziari. “La responsabilità di chi ha tolto la vita a un ragazzo innocente non può essere diluita”.
L’appello ai giudici e alla società
Nel messaggio c’è anche un richiamo diretto ai giudici che saranno chiamati a esprimersi nel nuovo processo. “Dietro ogni perizia e ogni testimonianza ci sono gli occhi di Donato che vi guardano”.
La richiesta è chiara: una giustizia che sia “specchio dei fatti, chiara e commisurata all’immenso valore di una vita umana”.
Ma l’appello è rivolto anche alla società civile. “Non lasciateci soli proprio adesso. La vicenda di Donato riguarda i figli di tutti noi”.
Una battaglia che continua
Nonostante il tempo trascorso e la fatica di un percorso giudiziario lungo e complesso, la famiglia ribadisce la volontà di andare avanti senza fermarsi.
“Non sappiamo quanto sarà ancora lungo questo cammino, ma sappiamo che lo percorreremo fino all’ultimo centimetro, senza mai indietreggiare”.
L’obiettivo resta uno solo: ottenere una verità definitiva. “Giustizia per Donato. Perché la nostra sete di verità non si fermerà mai, finché non avremo pace”.











