La Puglia si prepara ad affrontare una nuova emergenza sanitaria sul fronte della medicina territoriale. Secondo un’indagine della fondazione Gimbe, entro il 2028 saranno 702 i medici di Medicina generale che andranno in pensione al compimento dei 70 anni, aggravando una carenza già oggi significativa. Il dato si inserisce in un quadro critico che riguarda l’intero sistema sanitario regionale, con effetti diretti sull’assistenza ai cittadini e sull’accesso alle cure di base.
Una carenza già evidente
Secondo il report della fondazione, la situazione attuale presenta già numeri preoccupanti. Dal primo gennaio dello scorso anno, infatti, in Puglia risultano mancanti 279 medici di famiglia. Un vuoto che si riflette anche sul carico di lavoro dei professionisti in servizio: dal primo gennaio 2025 a oggi, ogni medico assiste mediamente 1.331 pazienti, un dato inferiore alla media nazionale (1.383), ma comunque indicativo di una pressione crescente.
Calo drastico negli ultimi anni
Il report evidenzia inoltre una riduzione significativa del numero di medici di base negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2024, in Puglia i medici di Medicina generale sono diminuiti del 26,3%. Una percentuale che risulta quasi doppia rispetto alla media nazionale, ferma al 14,1%, e che segnala una criticità strutturale più marcata rispetto al resto del Paese.
Il nodo della formazione
Sul fronte della formazione, emergono segnali contrastanti. Nel 2025, infatti, i partecipanti al concorso nazionale per il corso di formazione specifica in Medicina generale sono stati il 27% in più rispetto ai posti disponibili. Un dato che evidenzia un interesse crescente per la professione, ma che allo stesso tempo sottolinea un limite nel numero di borse e percorsi formativi attivati, insufficienti a colmare il fabbisogno futuro.
Rischi per il sistema sanitario
L’uscita prevista di centinaia di medici nei prossimi anni rischia di accentuare le difficoltà già presenti, con possibili ricadute sulla qualità dell’assistenza territoriale. La medicina generale rappresenta infatti il primo punto di contatto tra cittadini e sistema sanitario, e una sua progressiva riduzione potrebbe tradursi in maggiori difficoltà di accesso alle cure e in un aumento della pressione su ospedali e pronto soccorso.












