“Ero disposto anche a sacrificare la vita di mia moglie pur di riavere la libertà”. È questa la frase che, più di ogni altra, pesa nell’ordinanza cautelare che ha portato in carcere Ciro Caliendo, imprenditore vitivinicolo, accusato dell’omicidio premeditato della moglie Lucia Salcone, morta la sera del 27 settembre 2024 lungo la provinciale 13 in agro di San Severo, in quello che inizialmente era stato presentato come un incidente stradale.
Quella frase non è frutto di un’intercettazione. È scritta di suo pugno, in una lunga lettera inviata alla nipote pochi giorni prima della tragedia ed aperta solo in seguito alla morte della donna.
“Meglio un marito morto che con un’altra”
Nel testo della missiva, Caliendo descrive un matrimonio che definisce “anni di tragedia”. Scrive: “Se si parlava di separazione lei diceva ancora adesso che meglio un marito morto che con un’altra. Telefono sotto controllo, liti, depressione mia poiché lei è capace di uccidermi e un secondo dopo farmi gli occhi dolci pensando che tutto è finito”.
Parole che, per la procura, dimostrano la natura fortemente conflittuale del rapporto coniugale e preparano il terreno al movente.
Il “desiderio” di libertà
Nella lettera emerge con chiarezza il nome di un’altra donna. Caliendo scrive: “Mi sono innamorato perdutamente di un’altra donna e non so da dove iniziare. Mi crolla il mondo addosso. Io vorrei vivere una storia d’amore benedetta da Dio con quest’altra donna”.
E ancora: “Questa Angela mi è entrata nel cuore e non voglio che esca. Quindi la mia richiesta è di lasciare mia moglie, vivere con il bene del Signore”.
Il passaggio più inquietante è nel post scriptum: “Ero disposto anche a sacrificare la vita di mia moglie pur di riavere la mia libertà a vita. Questo però non posso deciderlo io ma se così dovesse essere io sono disposto a tutto”.
Secondo i magistrati, non si tratta di uno sfogo simbolico, ma della dichiarazione di una volontà estrema, funzionale anche alla contestazione dell’aggravante della premeditazione.
I tentativi di suicidio e le ossessioni
Nel manoscritto Caliendo parla anche di due tentativi di suicidio, uno dei quali “mediante l’utilizzo di liquido infiammabile, cospargendosi una tanica da cinque litri di benzina”. Racconta di “problemi di salute inspiegabili” e di presunti “malefici”, sostenendo che prima del matrimonio la moglie avrebbe compiuto rituali con sangue mestruale.
“Prima di sposarmi ho scoperto che le altre sorelle con il loro sangue mestruale facevano una cosa da far mangiare ai fidanzati [..] ho avuto problemi di salute inspiegabili […] tutte le volte che mi sono visto di nascosto con l’altra donna sono successe cose stranissime […] la notte mi sussurra e mi soffia in bocca mentre dormo – però c’è qualcosa che mi impedisce di lasciarla […] in venti anni di matrimonio ho avuto diverse occasioni di lasciarla ma ogni volta che ci penso mi viene il panico senza capire il perché. In maniera riassuntiva questo è stata la mia storia ed ora mi ritrovo innamorato perdutamente di un’altra donna e non so da dove iniziare”.
Scrive: “Ho iniziato a pregare di farla morire fino a quando ho conosciuto Angela”. E ancora: “Se vive, se muore, non la voglio vedere più”. Frasi che delineano un quadro di ossessione, insofferenza e desiderio di rottura definitiva.
“Il Frate Guaritore”
Altrettanto inquietante la ricostruzione della nipote agli inquirenti: “Nelle telefonate con mio zio Ciro, lo stesso sembrava esausto. Dopo un paio di volte, gli ho chiesto cosa fosse successo e lui si è aperto con me. Mi raccontava di sentirsi debole e che aveva tentato più volte di togliersi la vita, in presenza della sua famiglia in casa sua. Anche il rapporto con la moglie oscillava sempre di più. Quando mio zio e mia zia si sono sposati, giravano voci secondo le quali mia zia prima del matrimonio facesse bere a mio zio Ciro il sangue delle mestruazioni. Nemmeno io so se credere a queste cose o meno, ma mio zio Ciro non sapeva altro. Allora, a quel tempo gli avevo offerto di aiutarlo. Lui avrebbe dovuto scrivermi una lettera e io avrei dovuto inoltrare la lettera a ‘Frate Guaritore’. Lui nella lettera doveva scrivere tutto ciò che gli stava a cuore. La lettera l’ho inviata a mio zio, a casa sua. Lui, quindi, l’ha portata alla polizia. La lettera è alla polizia in Italia. La lettera mi è arrivata uno-due giorni prima della morte di mia zia. Io avrei dovuto inoltrare la lettera non aperta a “Frate Guaritore”. Dopo la morte di mia zia mi sono deciso ad aprire la lettera, perché era tutto così strano e 1.000 interrogativi erano aperti”.
La ricostruzione dell’accusa
Per la procura, la lettera rappresenta un tassello investigativo di rilievo perché dimostrerebbe che Caliendo era deciso a liberarsi della moglie e disposto “a tutto” pur di farlo.
La sera del 27 settembre 2024, secondo l’impianto accusatorio, l’uomo avrebbe colpito Lucia Salcone alla testa, cosparso l’abitacolo della Fiat 500L di liquido infiammabile e appiccato il fuoco, simulando un incidente dopo l’urto con un albero.
Le incongruenze rilevate fin dai primi rilievi della Polizia Stradale, l’assenza di elementi compatibili con la dinamica descritta dall’indagato e i riscontri tecnici avrebbero smontato la versione dell’incidente.
Dopo pochi giorni il reato è stato riqualificato da omicidio stradale a omicidio volontario, fino alla contestazione della premeditazione.
Un passato giudiziario ingombrante
Caliendo, imprenditore del settore vitivinicolo, è già a processo con l’accusa di aver fornito l’ordigno utilizzato per un attentato a un finanziere a Bacoli. Un procedimento distinto, ma che contribuisce a delineare un profilo giudiziario complesso.
Oggi si trova in carcere con l’accusa di aver ucciso la moglie al termine di un rapporto che lui stesso definiva insostenibile. E quella lettera, scritta pochi giorni prima della morte, è diventata uno degli elementi più pesanti nel quadro accusatorio.
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e vale il principio di presunzione di non colpevolezza fino a eventuale sentenza definitiva.













