Undici anni di reclusione in appello, con uno sconto di quattro anni rispetto alla condanna di primo grado. È la pena inflitta a Nicola Valletta, 39enne foggiano ritenuto affiliato al clan Moretti-Pellegrino-Lanza e accusato di duplice tentato omicidio aggravato dalla mafiosità, sia per i metodi utilizzati sia per aver agito con l’obiettivo di agevolare la “Società”.
La Corte d’appello di Bari lo ha riconosciuto colpevole di essere uno dei due pistoleri che il 20 settembre 2020, in pieno pomeriggio e in viale Europa a Foggia, tentarono di uccidere Ciro Stanchi e il cognato Alessio Di Bari. Un agguato ritenuto dagli inquirenti un regolamento di conti per vendicare l’omicidio di Rodolfo Bruno, cassiere del clan Moretti assassinato il 15 novembre 2018 in un bar sulla circumvallazione da sicari rimasti ignoti.
L’agguato e il movente mafioso
Obiettivo dei killer, in sella a uno scooter, sarebbe stato Stanchi, ritenuto vicino al clan Sinesi-Francavilla e poi condannato a 11 anni per mafia nel processo “Decimabis”. Quel pomeriggio viaggiava su una Fiat Panda guidata dal cognato Di Bari. I colpi esplosi – tre secondo l’accusa – sforacchiarono la carrozzeria dell’auto senza ferire nessuno.
Valletta, cugino del capoclan Pasquale Moretti, è ritenuto il passeggero armato seduto dietro sullo scooter che avrebbe esploso i colpi. Resta ignota l’identità del conducente del mezzo.
Subito dopo l’agguato Stanchi riferì alla polizia di essere scampato a un attacco, ma disse di non sapere chi avesse sparato e per quale motivo, negando legami con i clan. Di Bari escluse invece che qualcuno avesse sparato contro di loro.
Detenuto dal 2020 e il filone Decimabis
Valletta ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Ascoli Piceno, dove è detenuto dal 16 novembre 2020, giorno del maxi-blitz “Decimabis” contro la mafia del pizzo che portò a 44 arresti. In primo grado in quel procedimento era stato condannato a 12 anni e 8 mesi per mafia ed estorsioni, pena poi ridotta in appello a 8 anni e 8 mesi. Il ricorso in Cassazione è pendente.
Il 3 giugno 2023, mentre era già in carcere, gli fu notificata un’ordinanza cautelare per il duplice tentato omicidio, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari.
Con lui fu arrestato anche Andrea Gaeta, 54 anni detto “Spaccapallin” di Orta Nova, cognato di Pasquale Moretti, accusato di concorso morale nell’agguato. Gaeta è stato assolto in primo grado e l’assoluzione è diventata definitiva. Negli atti dell’inchiesta compare anche il nome di Pasquale Moretti, figlio dello storico esponente della “Società foggiana” Rocco “il porco” Moretti. La squadra mobile lo indicò come presunto mandante dell’agguato, ma la Dda ritenne insufficienti gli elementi a suo carico e non lo incriminò.
Intercettazioni e pentito
Il sostituto procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna a 15 anni inflitta il 10 gennaio 2025 dal gup di Bari nel giudizio abbreviato. La sentenza di primo grado era stata pronunciata con la riduzione di un terzo della pena prevista dal rito.
L’accusa si fonda su intercettazioni e sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carlo Verderosa, ex affiliato al clan Moretti, pentitosi nel dicembre 2019. Secondo quanto riferito, su ordine di un capoclan avrebbe detto a Valletta di tenersi pronto a colpire un esponente dei Sinesi-Francavilla come risposta all’omicidio di Rodolfo Bruno.
Tra le intercettazioni figura anche un colloquio sulla piattaforma Skyecc, sistema di chat criptato. Le sezioni unite della Cassazione ne hanno dichiarato l’utilizzabilità, respingendo la richiesta di inutilizzabilità avanzata dalla difesa. In una conversazione, avvenuta secondo l’accusa 25 minuti dopo l’agguato, Gaeta avrebbe rimproverato Valletta per aver fallito l’azione. I giudici, però, hanno ritenuto non provata l’identità dell’interlocutore, assolvendo Gaeta.
Diversi riscontri, invece, avrebbero dimostrato la disponibilità del cellulare intercettato da parte di Valletta.
Il 39enne si è sempre dichiarato innocente. La condanna a 11 anni in appello segna un punto fermo giudiziario, ma la vicenda resta uno dei capitoli più delicati della recente faida mafiosa foggiana.










