Il processo “Araneo”, uno dei procedimenti più rilevanti nati dall’offensiva giudiziaria contro il traffico di droga a Foggia, approda in Appello con una sentenza che riforma parzialmente la decisione di primo grado e riduce alcune condanne.
La Corte di Appello di Bari, III Sezione Penale, ha infatti emesso il dispositivo con cui ha dichiarato prescritti diversi capi d’imputazione e rideterminato le pene per alcuni degli imputati principali dell’inchiesta scattata nell’ottobre 2020 contro esponenti del clan Moretti-Pellegrino-Lanza, articolazione della “Società Foggiana”.
Un processo che già in primo grado, davanti al Tribunale di Foggia, aveva mostrato crepe profonde: 14 assoluzioni e solo cinque condanne, a fronte di una richiesta della procura che superava i 120 anni complessivi di reclusione.
Dal primo grado all’Appello: pene ridotte e prescrizioni
In Appello, i giudici baresi hanno riformato la sentenza del 13 settembre 2023, intervenendo soprattutto sui reati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione.
Per Gianfranco Bruno, detto “il Primitivo”, figura storica della malavita foggiana indicata dall’accusa come vertice di una rete di spaccio con base a Foggia e ramificazioni anche fuori provincia, la pena è stata rideterminata in 13 anni e 6 mesi di reclusione (18 anni in primo grado).
Per Giuseppe Albanese, detto “Prnion” con già diverse condanne alle spalle, la Corte ha dichiarato la prescrizione di uno dei capi e ridotto la pena a 6 anni e 6 mesi (8 in primo grado).
Pene ridotte anche per Giovanni D’Atri e Luigi Valletta, che in primo grado avevano ricevuto condanne pesanti: entrambi sono stati condannati in Appello a 8 anni di reclusione, dopo la dichiarazione di prescrizione per alcune contestazioni.
Per Daniele Vittozzi, la Corte ha dichiarato prescritti alcuni reati e revocato la pena accessoria, confermando il resto della sentenza (3 anni come in primo grado). Il deposito delle motivazioni è previsto entro 90 giorni.
Il “blitz Araneo” e il processo che si era già sgretolato
L’operazione “Araneo” era stata presentata come un colpo decisivo a un presunto sistema di narcotraffico che, secondo l’impianto accusatorio, avrebbe trasformato Foggia in un centro di smistamento di cocaina, hashish e marijuana anche verso le province di Chieti e Potenza.
Il nome dell’operazione richiamava proprio la “tela del ragno”: una rete di spaccio che si sarebbe estesa ben oltre i confini cittadini. Ma il processo, già in primo grado, aveva registrato un esito molto più ridimensionato rispetto alle aspettative investigative, con l’aggravante mafiosa esclusa e una lunga lista di assoluzioni per imputati comunque minori.
La difesa: “Non esiste un’associazione, andremo in Cassazione”
L’avvocato Michele Sodrio, difensore di D’Atri e Valletta, ha espresso soddisfazione solo parziale per la decisione della Corte.
“Pur essendo moderatamente soddisfatto per i miei due clienti, considerati corrieri per conto di Bruno, che hanno ottenuto una consistente riduzione di pena, da 13 a 8 anni, non condivido l’esistenza di un’associazione dedita al traffico di droga e su questo punto andremo in Cassazione”.
Un annuncio che apre ora a un nuovo capitolo: la battaglia giudiziaria non è finita e la Suprema Corte potrebbe essere chiamata a pronunciarsi sull’impianto associativo dell’accusa, uno degli elementi centrali dell’intera operazione.









