“Ha squarciato il velo sugli affari del clan, lui che avrebbe potuto finire di scontare gli ultimi anni di detenzione e tornare libero; anche per questo va apprezzata la sua volontà di collaborare”.
Sono parole nette, pronunciate ieri a Bari dalla pm della Dda Bruna Manganelli, nel cuore della requisitoria del processo abbreviato “Mari e Monti”, uno dei procedimenti più rilevanti contro il clan garganico dei montanari Li Bergolis-Miucci.
Un passaggio che accende i riflettori sulla figura di Matteo Pettinicchio, ex uomo di fiducia del boss Enzo Miucci, oggi collaboratore di giustizia e imputato nello stesso procedimento, per il quale la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto 6 anni di carcere.
L’intervento della pm ha voluto rimarcare il peso della sua scelta: una collaborazione arrivata quando, secondo l’accusa, avrebbe potuto limitarsi ad attendere la fine della pena senza esporsi, evitando conseguenze personali e familiari.
La requisitoria e le richieste di condanna
La frase della pm Manganelli è arrivata durante la lunga requisitoria condotta insieme al collega Ettore Cardinali, al termine della quale la Dda ha depositato circa seimila pagine di atti e motivazioni.
Una mole enorme di documenti con cui sono state avanzate richieste di condanna per 42 imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni e altri reati, per un totale complessivo di 417 anni e 2 mesi di carcere.
Al vertice delle richieste c’è quella per il boss Enzo Miucci, detto “U’ Criatur” o “Renzo”, indicato come reggente del clan dopo le condanne dei fratelli Li Bergolis: per lui invocati 20 anni.
Chiesti 16 anni anche per il figlio Antonio Miucci e per il cognato Lorenzo Scarabino, mentre per la moglie del boss, Marilina Scarabino, la procura ha chiesto 8 anni.
Il ruolo dei pentiti e la scelta di Pettinicchio
Tra gli imputati figurano anche diversi collaboratori di giustizia, compreso Pettinicchio, indicato dagli inquirenti come uno degli uomini più vicini al boss prima della decisione di rompere con l’organizzazione. Una svolta storica dopo decenni di omertà nella mafia dei montanari.
Proprio su questo punto la pm Manganelli ha insistito davanti al giudice: la collaborazione avrebbe permesso di “squarciare il velo” su dinamiche interne, affari e interessi del clan, contribuendo a ricostruire l’operatività dell’organizzazione garganica.
Un riconoscimento pubblico, quello della Dda, che arriva in una fase decisiva del processo, mentre si avvicina la sentenza attesa in primavera.
Un procedimento chiave contro i montanari
Il processo “Mari e Monti” rappresenta uno dei principali fronti giudiziari contro il clan Li Bergolis-Miucci, radicato sul Gargano e ritenuto protagonista di estorsioni, intimidazioni e controllo del territorio.
Oltre ai 42 imputati giudicati con rito abbreviato a Bari, altri otto dovranno affrontare il processo ordinario a Foggia, tra cui Dino Miucci, fratello maggiore del boss e indicato come presunto “uomo degli appalti” del clan.
Nel frattempo, le parole della pm restano come uno dei passaggi più significativi della requisitoria: un segnale che, per l’accusa, la scelta di Pettinicchio ha avuto un peso decisivo nel far emergere verità e affari nascosti della mafia garganica.











