Massima allerta su una possibile nuova guerra di mafia a Foggia. Trapela preoccupazione sia dagli ambienti investigativi che dai semplici cittadini dopo l’esecuzione di Alessandro Moretti detto “Sassolin”, 34enne nipote del boss Rocco Moretti alias “Il porco”. La Direzione distrettuale antimafia di Bari è al lavoro per ricostruite gli ultimi momenti di vita della vittima che alle 18 di giovedì scorso, due ore prima di morire, era andato a firmare in questura. Moretti, libero da circa un anno dopo le condanne nei processi “Ripristino” e “Decima Azione”, era sottoposto alla sorveglianza speciale. “Sassolin” è stato ucciso a colpi di pistola (una decina) mentre era in sella a uno scooter in via Sant’Antonio. Uno o più killer lo hanno affiancato a bordo di una moto o un’auto uccidendolo senza pietà. Mai prima d’ora un Moretti era stato ammazzato nonostante sette guerre di mafia in 40 anni di storia della “Società Foggiana”.
Nelle carte di “Decima Azione”, anno 2018, “Sassolin” venne inserito dagli inquirenti nello schema dell’associazione mafiosa già con ruoli di rilievo. La sensazione è che ultimamente avesse scalato posizioni soprattutto dopo le detenzioni dello zio Rocco, del cugino Pasquale e del figlio di quest’ultimo Rocco junior. Nel suo passato, come già raccontato, ci sarebbero stati anche piani di morte “ambiziosi”, e non realizzati, contro un poliziotto e ai danni del boss rivale Roberto Sinesi.
Il rischio concreto di una nuova guerra
Nelle logiche mafiose, la morte di “Sassolin” chiama vendetta. Il principio non scritto è sempre lo stesso: al sangue si risponde con il sangue, per non mostrare debolezza. È per questo che, negli ambienti investigativi, il timore di una nuova guerra di mafia viene considerato tutt’altro che teorico.
La priorità è impedirla prima che il conto dei morti e dei feriti torni a salire. Gli investigatori lavorano su un terreno che non è mai stato abbandonato: anche nei periodi di tregua, su Foggia e sui clan le attività di monitoraggio non si sono mai spente. L’ultima scia di sangue si è consumata nel 2022 con le uccisioni di personaggi del calibro di Roberto Russo detto “Il colombiano”, Alessandro Scopece alias “Cinghiale”, Alessandro Scrocco e Agostino Corvino. Poi nel 2023 l’omicidio “eccellente” di Salvatore Prencipe “Piede veloce” che sembrava fuori dal giro da tempo. Sempre nel 2022, invece, si verificò il tentato omicidio di Ivan Narciso (clan Sinesi). Per quest’ultima vicenda, notizia di pochi giorni fa, c’è un’indagine a carico dell’ex latitante Leonardo Gesualdo alias “Il vavoso”, uomo dei Moretti, catturato a ottobre 2025 dopo essere stato un fantasma per 5 anni. Tutti ancora irrisolti gli altri fatti di sangue, con il sospetto che possano essere scaturiti dagli interessi nel mondo della droga. Stupefacenti, soldi delle estorsioni e vendetta sono solitamente i motivi principali che nella storia hanno armato i clan di Foggia e provincia.
Il precedente del blitz Ripristino
La strategia non è nuova. Nel gennaio 2016, durante l’escalation della guerra tra i gruppi Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, la Dda intervenne con il blitz Ripristino, disponendo otto fermi (tra cui “Sassolin”) che contribuirono a spegnere, almeno temporaneamente, le ostilità. All’epoca si contavano dieci sparatorie, tre morti e undici feriti o scampati. L’azione repressiva, rapida e mirata, servì a bloccare una spirale che stava degenerando.
Il contesto e gli interrogativi aperti
Chi ha dato l’ordine di eliminarlo? Gli storici rivali del gruppo Sinesi-Francavilla o qualcuno all’interno delle stesse batterie mafiose? Gruppi scissionisti desiderosi di scalare posizioni alla luce delle lunghe detenzioni dei boss storici? Non è escluso che dietro l’omicidio si nascondano fratture interne o malcontenti legati a equilibri e accordi non più accettati da tutti, come già accaduto in passato.
La caccia ai killer
Sul piano operativo, la squadra mobile sta passando al setaccio decine di filmati di videosorveglianza per ricostruire il percorso seguito da Moretti la sera dell’agguato e individuare eventuali pedinamenti. L’ipotesi è che qualcuno abbia seguito la vittima e dato il segnale di via libera ai sicari, che in moto o in auto lo hanno affiancato, crivellandolo con quasi dieci colpi di pistola calibro 7.65. Altro interrogativo, sicari locali o “presi in prestito” dalle organizzazioni malavitose vicine? Non sarebbe una novità lo scambio di favori tra foggiani e garganici o tra foggiani e sanseveresi. O ancora tra la “Società” e gruppi cerignolani o di altre regioni, dai calabresi fino ai siciliani passando per i campani. A Foggia il silenzio che segue il sangue non è mai innocuo: è lì, proprio in quell’attesa carica di tensione, che la mafia decide se colpire ancora.









