Una tragedia annunciata, scandita da denunce, provvedimenti giudiziari e omissioni fatali. È la storia di Hayat Fatimi, 47 anni, cuoca marocchina residente a Foggia, uccisa a coltellate nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2025 dall’ex compagno Tariq El Mefeddel, 46 anni, anche lui marocchino, da tempo stabilitosi in città.
Il braccialetto elettronico non poteva essere applicato
Secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, El Mefeddel era già stato sottoposto a misure restrittive per stalking. Il 10 luglio il gip di Foggia Carlo Protano, su richiesta del pm, aveva disposto per lui il divieto di dimora in città. Non fu possibile applicargli il braccialetto elettronico, misura che avrebbe permesso di controllarne gli spostamenti, perché – come comunicato dalla squadra mobile – l’uomo “abitava in un casolare abbandonato privo di energia elettrica”.
Una limitazione tecnica che si è rivelata decisiva. Il provvedimento venne notificato cinque giorni dopo a Caserta. Ma, nonostante il divieto, El Mefeddel tornò a Foggia e riprese a perseguitare la donna.
Minacce, aggressioni e un’escalation di violenza
La storia tra i due era finita nell’agosto del 2024. Da quel momento, secondo l’accusa, cominciò un inferno di minacce e aggressioni. El Mefeddel la tempestava di telefonate e messaggi: “Se non torni con me ti ammazzo”, “ti amo, ammazzo te e poi mi ammazzo”, “saluta la tua vita”.
Il 31 dicembre 2024 si presentò davanti al ristorante dove Hayat lavorava, colpì un amico della donna e tentò di aggredirla con due coltelli. Il 6 aprile 2025 prese a calci la porta di casa, costringendola a incontrarlo. L’11 giugno le mandò un video in cui dava fuoco ai propri vestiti, poi la aggredì di nuovo con un coltello. Solo la prontezza della vittima, che riuscì a disarmarlo e consegnare l’arma ai carabinieri, evitò il peggio.
Il carcere disposto ma mai eseguito
Il 28 luglio, a fronte del reiterarsi delle violenze, il gip dispose l’aggravamento della misura cautelare e ordinò l’arresto dell’uomo. Ma El Mefeddel non fu rintracciato. Quando, dieci giorni dopo, la notte del 7 agosto, uccise la sua ex compagna, era un ricercato.
Hayat riuscì a chiamare il 113 mentre veniva aggredita in via Mogliano, vico Cibele. L’agente al telefono sentì le urla e i colpi di coltello. Quando la volante arrivò sul posto, per la donna non c’era più nulla da fare.
La fuga e l’arresto a Roma
Dopo il delitto, El Mefeddel fuggì. Venne fermato dieci ore dopo, a mezzogiorno dell’8 agosto, nei pressi della stazione Termini a Roma. Indossava ancora gli abiti sporchi di sangue. Ora è detenuto nella casa circondariale di Foggia, difeso dall’avvocata Margherita Matrella.
Nel verbale del gip romano Francesca Ciranna, che convalidò il fermo, si legge: “L’indagato è persona estremamente pericolosa e completamente priva di scrupoli. Ha perseguitato e minacciato la vittima con armi, preannunciando l’intento di uccidere e suicidarsi. Ha poi attuato solo la prima parte del suo proposito, mostrando freddezza e totale indifferenza”.
L’interrogazione al ministro Nordio
Sulla vicenda è intervenuta la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, che ha depositato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Alla denuncia della vittima avrebbe dovuto far seguito la rigorosa applicazione del codice rosso. È doveroso capire cosa non abbia funzionato e di chi siano le responsabilità”.
Domande che oggi risuonano come un atto dovuto dopo l’ennesimo femminicidio che poteva essere evitato.









