Il maxi-fascicolo dell’operazione “Mari e Monti”, che ha colpito la mafia del Gargano, ricostruisce non solo le dinamiche interne al clan dei montanari Li Bergolis–Miucci (udienza preliminare il 9 settembre a carico di 50 persone), ma anche i tentativi di allargare la rete di relazioni criminali con le grandi organizzazioni mafiose italiane. Dalle intercettazioni emerge come il 42enne boss Enzo Miucci, dal carcere, cercasse di tessere alleanze strategiche con la camorra napoletana e con la ’ndrangheta calabrese, puntando a rafforzare il potere del gruppo garganico.
I rapporti con la ’ndrina Cordì e i Pesce-Bellocco
Un primo fronte riguarda i contatti con la ’ndrangheta di Locri, in particolare con la famiglia Cordì. Gli inquirenti documentano uno scambio di favori tra Miucci e Gerardo Zucco, destinatario di pacchi preparati dalla compagna di Miucci, Marilina Scarabino, ma intestati a nominativi fittizi. Un modo per cementare rapporti di collaborazione con affiliati calabresi e garantire sostegno reciproco.
Nell’ambito dell’operazione “Friends”, sempre a carico dei montanari, venne sequestrato un carico di armi che Miucci insieme ai suoi sodali aveva ordinato e ritirato a Torino da esponenti di associazioni criminali calabresi, tali Fortunato Palaia e Benito Palaia, rispettivamente capo e affiliato alla ‘ndrina facente capo alle famiglie “Pesce/Bellocco”, operativa sia sul fronte piemontese, attraverso il referente Luca Fedele, anche detto “Presidente” (personaggio di spicco dei calabresi nei traffici illeciti a Torino), che su quello legato al territorio calabrese della zona di Rosarno.
In un’altra circostanza Miucci avrebbe scortato armato i “calabresi” in visita a Monte Sant’Angelo per trattare la compravendita di un chilo di eroina.
Ma non è tutto, Miucci e Pettinicchio avrebbero partecipato ad un incontro d’affari in una masseria di Borgo Mezzanone scortando sul posto la vettura occupata da esponenti della ‘ndrina di Rosarno. Sempre i montanari avrebbero fornito ai calabresi la possibilità di alloggiare presso strutture alberghiere senza lasciare tracce grazie alla complicità e all’assoggettamento dei “concittadini” montanari. Benito Palaia alloggiò nel 2016 presso un hotel di Monte senza essere registrato. Palaia avrebbe anche chiesto pesce fresco da mangiare in serata.
Il tramite con i Mazzarella di Napoli
Significativi anche i contatti con la camorra napoletana. È Matteo Pettinicchio, braccio destro di Miucci, oggi collaboratore di giustizia, a riferire dei colloqui in carcere con esponenti del clan Mazzarella, storico gruppo egemone in diversi quartieri di Napoli. Pettinicchio racconta a Miucci che Gennaro Mazzarella gli avrebbe mandato segnali di disponibilità: “Se serve lì fuori, manda la persona… appena esce ti caccio il numero… e ci abbiamo la strada buona, buona e seria”.
Un’apertura che gli investigatori interpretano come un riconoscimento formale e la possibilità di avviare rapporti stabili fra camorra e montanari.
Il saluto di “Totor Baril”
Particolarmente rilevante è la citazione di “Totor Baril”, di cui Pettinicchio riferisce: “Mi ha portato i saluti di Totor Baril”. Dagli atti, “Totor Baril” viene identificato come Salvatore Barile, soggetto ritenuto vicino ai Mazzarella e indicato come referente importante nelle dinamiche criminali napoletane. Un passaggio che certifica il livello dei contatti e la volontà di legittimare i Miucci anche agli occhi di figure di rilievo della camorra.
In un articolo de ilroma.net di aprile scorso fu pubblicato un focus sui Mazzarella. “Nei mesi scorsi – si legge – una valanga di dichiarazioni di collaboratori di giustizia si è abbattuta su Salvatore Barile “Totoriello” e Gennaro Mazzarella “bomba a mano”, indicati in anni diversi sempre come componenti del clan Mazzarella: elemento di vertice il primo; con un ruolo non secondario il secondo”. Ora ecco anche i contatti con i montanari.
Il carcere come snodo criminale
Le conversazioni dimostrano come il carcere, lungi dall’essere un limite, si trasformi in hub per stringere nuove alleanze. Attraverso utenze non regolari e l’intermediazione dei familiari, Miucci impartiva ordini e riceveva aggiornamenti. I pacchi inviati, le ricariche postepay richieste alla compagna e i continui riferimenti a saluti e garanzie sono tutti strumenti che, secondo gli investigatori, servivano a creare debiti e crediti criminali destinati a trasformarsi in vincoli di fedeltà.
In questo quadro rientrerebbe anche la richiesta di Miucci alla Scarabino di effettuare una ricarica PostePay da 200 euro destinata ad una donna vicina a Salvatore Sibilio, uomo di un clan di Secondigliano, un gesto interpretato come ulteriore segnale di sostegno e alleanza.
Una strategia di espansione nazionale
Il quadro che emerge è quello di una mafia garganica consapevole dei propri limiti territoriali, ma decisa a crescere grazie a rapporti con camorra e ’ndrangheta. Rapporti che avrebbero garantito ai montanari nuove opportunità nei traffici criminali e un riconoscimento a livello nazionale. Una proiezione che testimonia la metamorfosi della mafia del Gargano: non più solo fenomeno locale, ma attore inserito nel sistema delle grandi mafie italiane.















