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Home - Clan Li Bergolis-Miucci, le mani sui lavori pubblici: così Dino Miucci avrebbe imposto ditte e subappalti

Clan Li Bergolis-Miucci, le mani sui lavori pubblici: così Dino Miucci avrebbe imposto ditte e subappalti

Dalle intercettazioni dell’operazione “Mari e Monti” emergono le presunte pressioni del fratello maggiore del boss Enzo per infiltrarsi nei lavori pubblici

Di Francesco Pesante
18 Agosto 2025
in Gargano, Inchieste
Dino Miucci, Enzo Miucci, Raffaele Palena e Lorenzo Scarabino

Dino Miucci, Enzo Miucci, Raffaele Palena e Lorenzo Scarabino

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Le carte dell’ordinanza cautelare dell’inchiesta “Mari e Monti” fotografano uno spaccato inquietante: il clan Li Bergolis-Miucci avrebbe tentato di condizionare appalti pubblici nel “feudo” storico di Monte Sant’Angelo, imponendo ditte e subappalti attraverso la mediazione di Dino Miucci, 48 anni, fratello maggiore del boss Enzo Miucci.

Le intercettazioni e i nomi coinvolti

Secondo gli inquirenti, Miucci avrebbe esercitato pressioni sulle imprese impegnate nei cantieri, imponendo la presenza di società a lui riconducibili o vicine al sodalizio. Le intercettazioni ambientali, in particolare quelle captate nell’appartamento di Raffaele Palena detto “Strizzaridd”, ricostruiscono conversazioni in cui vengono citati imprenditori, subappalti e somme di denaro da corrispondere per “mettersi a posto”.

In diversi dialoghi compare la figura di “Pagghialong”, ritenuto vicino al clan, e vengono menzionati i rapporti con la Agriforest Società Cooperativa Agricola, legata – secondo gli investigatori – a parenti della famiglia Li Bergolis.

Le società finite sotto i riflettori

Dalle verifiche contabili è emerso che la Agriforest avrebbe emesso fatture per oltre 16mila euro a favore della Bio System Company, aggiudicataria dei lavori al depuratore di Monte Sant’Angelo, a riprova del meccanismo di subappalti che sarebbe stato imposto.
Un altro capitolo riguarda la Costruzioni La Torre Srl. La società, tramite rapporti con Lorenzo Scarabino – cognato di Enzo Miucci – avrebbe avuto un ruolo da intermediaria, imponendosi con lavori in subappalto per oltre 20mila euro.

Il metodo: pressioni e “preventivi aggiuntivi”

Nelle carte si leggono riferimenti a somme da aggiungere nei preventivi per garantire il pagamento al gruppo criminale. In un’intercettazione Palena dice chiaramente: “A me hanno detto che devo fare ogni lavoro… metti in preventivo 5.000 euro!”.
Gli inquirenti parlano di un sistema rodato: ditte locali costrette a cedere quote di lavori e ad accettare la presenza di soggetti legati al clan, pena il blocco o l’ostacolo delle commesse.

Sempre secondo gli inquirenti, Palena avrebbe indicato chiaramente una serie di soggetti tramite i quali Dino Miucci si sarebbe infiltrato nell’esecuzione di lavori pubblici menzionando ditte impegnate anche nel rifacimento della tettoia di una palestra comunale nella zona di Monte Sant’Angelo denominata “Galluccio”.

L’ombra del clan sugli appalti

Secondo la procura, Dino Miucci non sarebbe stato un semplice intermediario, ma il referente operativo per imporre le ditte vicine al clan. I lavori pubblici sarebbero stati così utilizzati come strumento di arricchimento e di controllo sul territorio, con figure di imprenditori locali costretti a piegarsi al meccanismo delle tangenti e dei subappalti.

Il quadro che emerge è quello di un sistema in cui la criminalità organizzata garganica avrebbe cercato di mettere le mani sugli appalti pubblici, infiltrandosi nei cantieri e trasformando le opere in un’occasione di pressione e guadagno illecito.

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Tags: Antimafiaappalticlan Li Bergolis-MiucciDino MIucciMafia garganicamonte sant'angelooperazione Mari e Monti
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