Nove arresti e un totale di 62 indagati nella maxi inchiesta sul riciclaggio dei proventi illeciti nel resort di lusso di Lavello. Al centro dell’ordinanza del gip di 179 pagine ci sono i cerignolani Pasquale Saracino detto “Lino U’ Negr”, 50 anni e Sante Cartagena, 67 anni, entrambi noti agli inquirenti, specialisti degli assalti ai portavalori e ai tir. I soldi di quei colpi sarebbero finiti nell’orbita dell’Hotel San Barbato Resort & Spa di Lavello del pluripremiato imprenditore Antonio Liseno, anche quest’ultimo arrestato e finito in carcere. Un manager apparentemente insospettabile.
Liseno e altre persone indagate avrebbero utilizzato strutture commerciali, societarie e contabili per una serie di delitti: autoriciclaggio, riciclaggio, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, corruzione tra privati e persino estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Soldi delle rapine reinvestiti nel lusso
Un sofisticato meccanismo di riciclaggio e auto-riciclaggio, alimentato da milioni di euro provenienti da rapine, assalti ai furgoni portavalori, estorsioni, ricettazione e frodi fiscali. È quanto emerge sempre dall’ordinanza cautelare del gip di Potenza. L’imprenditore Antonio Liseno è accusato di aver ripulito il denaro dei clan attraverso una fitta rete di società, bonifici e operazioni simulate.
Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, esponenti noti della criminalità organizzata del Foggiano – tra cui Pasquale Saracino, Sante Cartagena, Matteo Cartagena (nessuna misura cautelare), Luigi Matteo Saracino (nessuna misura cautelare) e Angelo Finiguerra – avrebbero fatto confluire denaro illecito nelle aziende riconducibili a Liseno, principalmente attraverso le sue società operative in Basilicata. La somma complessiva, tra il 2015 e il 2021, ammonta a oltre 9,6 milioni di euro, di cui 400mila provenienti direttamente da una rapina armata avvenuta a Silea (Treviso) nel 2016.
Il denaro – inizialmente consegnato anche in contanti – veniva fatto rientrare nel circuito legale attraverso un sistema collaudato di false fatturazioni, società fittizie, bonifici simulati e prestanome. Le somme venivano così reimpiegate in attività speculative ed economiche: un flusso costante di liquidità che si alimentava con il crimine e finiva nei circuiti imprenditoriali.
Società e nomi al servizio del sistema
I capitali venivano inizialmente canalizzati in aziende gestite da prestanome come Franco Mauro Via, Mariagrazia Filomena Merra e Finiguerra stesso. Alcune delle società coinvolte – come Street S.r.l., Edilvia S.r.l.s., SD Vendite e Noli, Shock Tutto per Tutti S.r.l.s., Global Market, Phoenix S.r.l.s., Confedi S.r.l., Eledy S.r.l.s., Broker & Company, solo per citarne alcune – ricevevano bonifici apparentemente giustificati da fatture, ma in realtà legati al riciclaggio.
Queste somme finivano poi nelle disponibilità personali dei criminali, oppure venivano investite per accedere a nuove linee economiche e a circuiti finanziari apparentemente leciti. Il tutto – scrive il gip – “grazie alla fatturazione fittizia e compiacente”, che permetteva al denaro “sporco” di essere ripulito e reintrodotto nel sistema.
Una montagna di denaro “ripulito”
La ricostruzione economica allegata all’ordinanza indica dettagliatamente il flusso dei capitali: Phoenix S.r.l.s.: 2.772.630 euro; Street S.r.l.: 2.272.630 euro; Eledy S.r.l.s.: 3.659.294 euro; Confedi S.r.l.: 235.500 euro; Masterfood S.r.l.: 480.810 euro; Global Market: 1.115.290 euro; e altre società minori, fino a raggiungere i 9.685.005,64 euro complessivi.
I rapporti con il clan Piarulli e l’ex caserma
Secondo l’ordinanza cautelare della procura, Antonio Liseno avrebbe svolto un ruolo attivo nel reinvestimento di capitali illeciti per conto di esponenti della criminalità organizzata cerignolana, in particolare il clan Piarulli, famiglia storica del malaffare in provincia di Foggia.
È dalle parole di Angelo Finiguerra, intercettato dagli inquirenti, che emerge un quadro inquietante. In un passaggio chiave di una conversazione, Finiguerra racconta che Liseno avrebbe acquistato a Cerignola una ex caserma dei carabinieri, per conto della famiglia Piarulli: “Per loro ha comprato l’ex caserma vecchia dei carabinieri”. Secondo Finiguerra, lo scopo dell’operazione era costruire appartamenti. Ma nella ricostruzione degli investigatori, dietro la facciata immobiliare si celava molto altro: “Devono fare appartamenti, riciclaggio, solo riciclaggio!”.
I bonifici e i prestanome: soldi da nascondere
Numerose le testimonianze di transazioni sospette, giri di contanti e prestanomi usati per far apparire puliti i soldi derivanti da rapine e traffici illeciti. È lo stesso Finiguerra, collaboratore stretto di Liseno, a raccontare che il denaro “sporco” veniva riciclato con finte fatturazioni, auto intestazioni di veicoli e compravendite di elettrodomestici. Il tutto con l’obiettivo di far risultare gli illeciti profitti come attività lecite: “Ogni tanto compravo… una macchina, questa macchina la portavo giù… io c’ho pure le carte che non ho mai firmato… sparivano ste macchine, li firmava lui i passaggi… la maggior parte era riciclaggio!”.
Liseno, secondo quanto dichiarato, “gonfiava i fatturati degli incassi della sera” nei supermercati da lui controllati, tra cui lo “Stokkato” di Lavello, per poi presentare alla banca volumi di affari gonfiati e ottenere fidi: “per la banca per avere… poi fa saltare i culi… ogni tre/quattro anni… gli imbrogli che fanno loro”.
Il supermarket “Stokkato” e l’asse Lavello-Cerignola
Il supermarket “Stokkato” viene citato più volte nelle intercettazioni: secondo l’accusa, era un punto chiave del sistema, dove venivano “emessi scontrini non veritieri” e simulati incassi, così da giustificare denaro da inserire nel circuito bancario. Da qui partivano i bonifici a cascata verso altre società collegate a Liseno, per mascherare l’origine illecita dei fondi.
Il denaro da reinvestire proveniva anche da rapine, come quella di Silea del 2016: 400.000 euro in contanti trasferiti da Cerignola a Lavello, secondo Finiguerra, per essere inseriti nei canali del San Barbato e delle altre imprese formalmente in regola.
L’ombra della politica e le elezioni del 2018 e 2023
Tra le rivelazioni più delicate contenute nell’ordinanza spiccano le dichiarazioni secondo cui Liseno avrebbe pagato 100.000 euro in contanti per assicurarsi il sostegno politico di alcuni candidati alle elezioni amministrative di Lavello, nel 2018 e nel 2023. Finiguerra racconta che i soldi servivano per “pagare i tesseramenti di persone consenzienti” e “effettuare la compravendita dei voti sempre presso cittadini consenzienti”.
Tra i nomi citati emergono Franco Via e Mauro Farfarelli, presunti uomini di fiducia di Liseno per l’esecuzione del piano di voto di scambio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Finiguerra avrebbe avuto intenzione di consegnare un telefono contenente prove delle transazioni elettorali, ma stava attendendo l’esito di una sentenza della Cassazione per decidere se collaborare formalmente.
L’identikit del “traditore”
Nel corso delle intercettazioni, Finiguerra definisce Liseno “un traditore”, accusandolo di averlo abbandonato dopo averlo coinvolto in affari illeciti e di averlo esposto a pericoli personali: “Tutti sti casini qua, che lui mi ha fatto… l’hanno fatto un castello enorme… se non intervenivo io, lo avevano ucciso mio figlio”.
Un mondo opaco, fatto di “castelli di sabbia” e contatti tra business di facciata e organizzazioni criminali, in cui Antonio Liseno risulta essere per gli investigatori non solo beneficiario economico, ma parte attiva e consapevole.
Pressioni per un campo da golf
Un tentato affare immobiliare da milioni di euro dietro un presunto atto intimidatorio di stampo mafioso. È quanto emerge dall’ordinanza del gip di Potenza che ricostruisce un episodio inquietante avvenuto nel giugno 2021, nel quale l’imprenditore Antonio Liseno e Angelo Finiguerra, soggetto ritenuto vicino a clan mafiosi, sono accusati di avere costretto con la violenza un privato cittadino a vendere un terreno adiacente al resort.
Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, Liseno voleva acquistare un’area confinante con il suo resort per costruirvi un campo da golf. Di fronte al rifiuto del proprietario e dei comproprietari, sarebbe scattata una strategia intimidatoria culminata nell’incendio doloso di un fabbricato sul fondo.
Violenza e minacce per ottenere l’acquisto
L’obiettivo era procurarsi un “ingiusto profitto” convincendo le vittime a vendere i lotti 324 e 325 del foglio 53 del catasto di Lavello. Dopo l’attentato incendiario, le richieste di vendita sarebbero proseguite con pressioni sempre più insistenti. In questo contesto, Finiguerra – ritenuto vicino alla criminalità organizzata del Vulture-Melfese (clan Di Muro-Delli Gatti di Melfi) e a quella di Cerignola (gruppo Saracino-Cartagena) – avrebbe fatto leva sulla propria reputazione criminale per condizionare la volontà dei proprietari.
Alla fine, le vittime sarebbero state costrette a cedere l’area alla SG S.p.A., società riconducibile a Liseno, in un contesto di coercizione aggravato dall’uso di “metodi mafiosi”, come sottolineato dal gip.
I nomi degli arrestati
L’indagine ha portato all’arresto di Antonio Liseno (Lavello), Angelo Finiguerra (Melfi), Mariagrazia Filomena Merra (Lavello), Sante Cartagena (Cerignola), Pasquale Saracino (Cerignola), Nicola Dileo (Cerignola), Pietro Gervasio (Cerignola), Sonia Finiguerra (Lavello) e Franco Mauro Via (Lavello). I primi sette sono stati condotti in carcere, mentre gli ultimi due si trovano ai domiciliari.











