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Home - Mafia a Bari, l’azienda dei trasporti era nelle mani del fratello del boss Parisi. La testimonianza choc

Mafia a Bari, l’azienda dei trasporti era nelle mani del fratello del boss Parisi. La testimonianza choc

Il racconto dell’amministratore giudiziario Luca D’Amore al processo Codice Interno: “Il suo peso criminale era noto a tutti, l’azienda era terra di nessuno”

Di Redazione
29 Maggio 2025
in Bari, Cronaca
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Fino al 26 febbraio 2024 l’Amtab era una “terra di nessuno”, gestita con criteri definiti “clientelari” e “senza controllo”, esposta a infiltrazioni criminali e danni economici e reputazionali pesantissimi. Lo ha affermato senza mezzi termini Luca D’Amore, avvocato romano e amministratore giudiziario, ascoltato ieri in aula nel processo “Codice Interno” che ha svelato le presunte commistioni tra mafia e politica in Puglia. D’Amore è anche l’attuale amministratore unico dell’azienda barese che gestisce il trasporto pubblico, incaricato dal Tribunale di rimettere ordine in una realtà finita nel caos.

La sua testimonianza, riportata da La Gazzetta del Mezzogiorno, ha puntato il dito in particolare contro la figura di Massimo Parisi, ex autista e controllore Amtab, fratello del boss di Japigia Savinuccio Parisi, arrestato nell’ambito della maxi inchiesta e ritenuto figura chiave nella penetrazione mafiosa dentro l’azienda.

Il ruolo di Parisi e la gestione del cral

D’Amore ha raccontato che Massimo Parisi gestiva con potere assoluto il cral aziendale, un circolo che maneggiava fondi versati da azienda e dipendenti, utilizzati per erogare prestiti per esigenze personali – da cure odontoiatriche all’acquisto di automobili – sempre con l’approvazione personale dello stesso Parisi. Al cral era affidata anche la gestione di intere aree aziendali, come il bar, finito nelle mani della moglie di un dipendente vicino al clan Parisi. L’azienda stessa, paradossalmente, doveva chiedere permessi al cral per utilizzare spazi come il salone conferenze.

Tratte su misura e paura dei clan rivali

Durante gli anni da autista, Parisi ottenne per ben tre volte di evitare determinate tratte cittadine, ufficialmente “per motivi familiari e di sicurezza”. In particolare, evitava i quartieri San Paolo e Carbonara, aree di influenza del clan Strisciuglio, rivale storico dei Parisi. “Una modalità mai riscontrata per altri dipendenti”, ha precisato D’Amore. Il suo “peso criminale”, ha aggiunto, era “noto a tutti”, anche tra i dipendenti di vertice.

Assunzioni pilotate e infiltrazioni

Le verifiche hanno inoltre rilevato che tredici dipendenti assunti direttamente da Amtab avevano legami familiari o vicinanza con esponenti del clan. Tra loro anche due figli di Massimo Parisi, assunti tramite società interinali “senza alcuna verifica”. Per D’Amore, queste dinamiche hanno favorito “l’ingresso di risorse inidonee” e prodotto un “danno progressivo” all’azienda, oggi costituita parte civile nel processo con l’avvocato Andrea Moreno.

Non meno grave il capitolo vigilanza, dove la società incaricata “non svolgeva le attività previste dall’appalto”. Prima dell’arrivo dell’amministrazione giudiziaria, chiunque poteva “entrare e uscire” dall’Amtab “senza alcun controllo”. Ora si aprirà un contenzioso civile per il risarcimento.

Danni milionari e reputazione compromessa

La gestione opaca ha già prodotto danni economici importanti: 300mila euro per l’installazione della videosorveglianza, 150mila euro per mancati incassi dalle aree sosta. Ma il colpo più pesante potrebbe arrivare dalla perdita di affidamenti bancari, oggi pari a circa 7 milioni di euro annui. “Il ceto bancario si è irrigidito”, ha ammesso D’Amore, confermando come la crisi di fiducia sia oggi una delle conseguenze più insidiose di anni di infiltrazioni e incuria.

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Tags: amtabBarimafia
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