Le parole di Matteo Pettinicchio, ex fedelissimo del boss Enzo Miucci e oggi primo collaboratore di giustizia del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone, squarciano il velo su alcuni degli omicidi più sanguinosi avvenuti sul Gargano negli ultimi 15 anni. Nei verbali agli atti del processo “Mari e Monti” contro il clan, Pettinicchio ha parlato a lungo della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, ma anche degli omicidi di Angelo “Cintaridd” Notarangelo e Gianpiero Vescera, svelando dinamiche, retroscena e responsabilità.
“Notarangelo doveva morire: minacciava la nostra droga a Vieste”
Secondo Pettinicchio, la decisione di eliminare Angelo Notarangelo (ucciso a gennaio 2015) fu presa già nel 2008, quando il boss viestano bloccò lo spaccio di droga degli uomini di Miucci e li minacciò duramente. “Disse che non avremmo potuto spacciare a Vieste come se fosse cosa nostra”, racconta il collaboratore, che insieme a Miucci si recò personalmente a casa di Notarangelo per un chiarimento. “Disse che non ce l’aveva con lui, ma voleva un punto vendita controllato per non perdere autorità”.
Dopo l’arresto di Miucci nel 2012, i due si ritrovarono in carcere a Foggia, insieme a Angelo Grilli e allo stesso Notarangelo. Proprio lì, secondo Pettinicchio, avvenne il confronto decisivo: “Miucci fece capire che, se fosse iniziata la guerra, Notarangelo non sarebbe nemmeno arrivato a Vieste. Aggiunse che poteva far uccidere anche i suoi cugini”.
“Raduano era in cella con Miucci. L’accordo tra di loro fu fatto proprio in carcere. Raduano e Perna sarebbero stati messi al posto di Notarangelo. Tra gli organizzatori dell’omicidio, in carcere, c’erano anche Perna e Angelo Grilli. All’inizio era quest’ultimo a spingere di più per l’eliminazione di Notarangelo, anche perché Grilli stesso era molto amico di Della Malva che da lui aveva subito un torto. Credo che dell’organizzazione dell’omicidio abbiano parlato direttamente Miucci e Raduano quando quest’ultimo lo andava a trovare a casa, quando era ai domiciliari. Con Enzo non ho parlato in maniera esplicita dell’accaduto; lui mi fece intendere tutto con poche parole. Tra di noi c’era la regola di non parlare di certi argomenti una volta che le cose erano accadute. Avevamo stabilito che a conoscenza dei fatti dovevano essere solo gli autori materiali. Dopo la morte di Angelo Notarangelo il controllo su Vieste è stato preso da Raduano e Perna. Anche quando ho tenuto Perna latitante non ho affrontato con lui l’argomento dell’omicidio di Notarangelo”.

“Vescera fu giustiziato mentre piangeva”
Sul fronte dell’omicidio di Gianpiero Vescera (ammazzato a settembre 2016), il pentito fornisce un resoconto altrettanto inquietante. Secondo quanto riferisce, fu Miucci a contattarlo subito dopo il delitto con un messaggio preoccupante: “Mi scrisse ‘pensa tu alla mia famiglia perché mi fanno fare la fine di Francesco’”, alludendo al boss Francesco Li Bergolis condannato all’ergastolo.
lo, poi, chiamai Guerra Giulio e Libero Lombari che vennero a prendermi e mi accompagnarono dal fratello di Enzo, Dino, a Baia del Monaco. A lui ho raccontato l’accaduto e quando gli chiesi se sapesse qualcosa mi disse di no. Gli chiesi se Enzo potesse essere alla Montagna da Roberto (Prencipe, ndr) ma lui disse di non saperlo. Dopo due giorni Renzo venne a casa mia e mi raccontò che aveva avuto dei problemi con delle armi che avevano provato con Trotta; io feci finta di credergli e chiusi la questione”.
La verità emerse circa due settimane dopo: “Mentre eravamo alle spalle del bar Manfredi, mi parlò dell’accaduto. Dopo esserci appartati su una scala lì vicino, mi disse che Vescera lo voleva vendere. Avrebbero dovuto fare, o avevano già fatto, una rapina nella quale sarebbero stati coinvolti oltre a dei soggetti cerignolani anche gli appartenenti al clan Romito. Mi ha detto di averlo fatto calare e di avergli sparato. Ha aggiunto che dopo il primo colpo Vescera ha iniziato a piangere e gli ha chiesto perché lo stava uccidendo. Quindi ha sparato di nuovo e lo ha finito. Mi ha detto che il ragazzo che era con Vescera era riuscito a scappare; ed era questo il motivo per cui era preoccupato e mi aveva mandato quel messaggio. Non mi ha detto chi fosse presente. Mi disse che aveva sistemato con l’amico di Vescera dicendosi sicuro che non lo avrebbe denunciato. Credo che a parlarci sia stato Perna. Mi ha detto che il primo colpo glielo ha esploso alle spalle dopo averlo fatto calare a
guardare una busta. Dopo quel giorno, di quell’omicidio non abbiamo più parlato. Dei fatti ho appreso
da Antonello Scirpoli nel carcere di Benevento, in chiesa, nel 2023. Lo rimproverai non capendo per
quale motivo volessero mettermi in mezzo a quella situazione. Mi disse di sapere che all’omicidio erano presenti Piergiorgio Quitadamo, Omar Trotta, Enzo Miucci e Girolamo Perna, e che Omar aveva rincorso il ragazzo che era scappato fino alla macchina di un turista”.
Infine, Pettinicchio ha ricordato che Miucci “aveva sempre con sé una 38 special ma non so se abbia usato quella per uccidere Vescera. La 38 gli fu anche sequestrata e lui fu arrestato ad agosto 2017; aveva il nastro adesivo sul calcio per evitare che potessero restare le impronte. Era di colore grigio cromata, con manico nero; era la special a canna corta”.
Miucci raffigurato dunque come un boss-giustiziere, in prima linea per l’eliminazione dei rivali. Secondo Pettinicchio, il capoclan, come già ricostruito da l’Immediato, avrebbe preso parte anche alla strage di San Marco esplodendo il colpo di grazia contro il rivale Mario Luciano Romito. “Scapp mo, Mario Romì”, avrebbe detto prima di sparare.
Oggi le dichiarazioni di Pettinicchio rappresentano un capitolo fondamentale nelle indagini sulle guerre di mafia che hanno insanguinato il Gargano. Le sue parole sono ora al vaglio della Direzione Distrettuale Antimafia e potrebbero presto essere utilizzate per aprire nuovi fascicoli investigativi o rafforzare quelli già in corso. Un’altra crepa profonda nella struttura del clan che per anni ha seminato terrore in tutto il Gargano.













