Resta al carcere duro il boss della mafia garganica Armando Li Bergolis, ritenuto il capo indiscusso del clan Li Bergolis-Miucci-Lombardone. Con una sentenza depositata nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione ha infatti rigettato il ricorso presentato dai suoi legali contro la proroga del regime di 41-bis, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma del 7 novembre 2024.
Nessun segnale di dissociazione
Secondo i giudici, non emergono elementi che facciano ritenere che Li Bergolis, 50 anni, fratello di Matteo e Franco, abbia interrotto i legami con la criminalità organizzata o che abbia manifestato intenzione di dissociarsi dal clan garganico. Decisivo, ai fini della conferma del regime detentivo speciale, è stato anche il contenuto di missive sequestrate nel 2023 durante l’esecuzione di una misura cautelare e una conversazione intercettata nel 2018, che attesterebbero la perdurante operatività del clan e il ruolo di rilievo del boss.
Il provvedimento sottolinea inoltre che la mancanza di dissociazione, unita a documentati indizi di collegamenti attuali con l’organizzazione, giustifica la permanenza delle misure straordinarie previste per i detenuti mafiosi più pericolosi.
La linea della difesa: “Motivazione insufficiente”
I legali di Li Bergolis avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza, sostenendo che la motivazione del Tribunale fosse insufficiente e che mancassero i presupposti concreti e attuali per la proroga del 41-bis. Ma la Suprema Corte ha giudicato manifestamente infondate le argomentazioni difensive, sottolineando come i giudici di merito abbiano fornito una motivazione coerente e completa, basata su atti concreti.
Una figura centrale nei clan del Gargano
Armando Li Bergolis, nato a Monte Sant’Angelo nel 1975, è considerato dagli investigatori uno dei boss più influenti della criminalità organizzata del Gargano. Il suo clan, attivo in particolare tra Monte Sant’Angelo, Manfredonia, Mattinata e l’entroterra garganico, è noto per la sua struttura militare, l’uso sistematico della violenza e il controllo di ampie aree del territorio, anche attraverso alleanze con gruppi criminali affini.
Negli ultimi anni, il clan è stato oggetto di numerose inchieste e arresti, ma secondo i magistrati Li Bergolis continua a mantenere un’influenza rilevante anche dal carcere.
Sanzioni per il ricorso infondato
La Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso, ha anche condannato Li Bergolis al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della cassa delle ammende, valutando la colpa nella presentazione del ricorso stesso.
La conferma del 41-bis per il boss garganico rappresenta un nuovo tassello nel contrasto alla mafia foggiana, considerata oggi una delle più pericolose e radicate d’Italia.











