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Home - Anche “Il Fatto Quotidiano” accende i fari su Scirpoli e Lombardi. Focus sul business delle vacche garganiche

Anche “Il Fatto Quotidiano” accende i fari su Scirpoli e Lombardi. Focus sul business delle vacche garganiche

La "mucca sacra" del clan nei racconti di Marco Raduano, collaboratore di giustizia ed ex boss di Vieste. "Ogni anno 100-200mila euro di entrate di vitelli"

Di Francesco Pesante
26 Luglio 2024
in Gargano, Inchieste
Immagine di mucche tratta dall'ordinanza "Omnia Nostra"; nei riquadri in alto, Scirpoli e Lombardi; sotto, Raduano

Immagine di mucche tratta dall'ordinanza "Omnia Nostra"; nei riquadri in alto, Scirpoli e Lombardi; sotto, Raduano

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Anche la stampa nazionale pone l’attenzione su Francesco Scirpoli, 42enne di Mattinata detto “Il lungo”, boss in ascesa della mafia garganica. A lui e al suo “collega” di clan Matteo Lombardi, 54 anni, detto “A’ Carpnese”, “Il Fatto Quotidiano” ha dedicato un focus alla luce delle dichiarazioni del pentito Marco Raduano, ex membro di vertice, per l’area di Vieste, del gruppo criminale Lombardi-Scirpoli-Raduano.

Come raccontato a più riprese da l’Immediato, Raduano detto “Pallone”, 41 anni, sta rivelando molti particolari sugli ultimi anni di faide mafiose nel promontorio, dagli omicidi fino al business della droga, indicando anche i “patrimoni” dei suoi vecchi alleati Scirpoli e Lombardi, il primo egemone nella zona di Mattinata, il secondo a Manfredonia. Il clan è acerrimo rivale dei montanari Li Bergolis-Miucci, storica organizzazione “fondata” da Ciccillo Li Bergolis, il boss ammazzato a fucilate in faccia nell’ormai lontano 2009.

“La mucca sacra come in Calabria”

“Quando i pubblici ministeri della Dda di Bari, Luciana Silvestri ed Ettore Cardinali – scrive “Il Fatto” –, chiedono di far luce sui beni patrimoniali del boss Matteo Lombardi, condannato all’ergastolo per un omicidio del 2017, Raduano diventa un fiume in piena: ‘Investiva i suoi soldi, anche perché comunque ogni soggetto del genere aveva un patrimonio, perché erano… il gruppo di fuoco comunque erano quelli principalmente che compivano anche le rapine ai portavalori’. Assalti in Calabria e nel Barese, ricostruisce il criminale viestano, che fruttano molti soldi: ‘So che hanno preso… ognuno, di parte sua, chi ha preso 2-300 mila euro, 400mila euro, 500mila euro, quindi questi soldi poi li riciclavano in qualche modo, chi con le mucche… In tutto il Gargano… (…) avete presente la mucca sacra di… un’usanza che usano in Calabria? Noi ce l’abbiamo nel Gargano'”.

E ancora: “Dopo tutte le rapine ai portavalori comunque investivano molto sull’acquisto delle mucche, mucche che hanno al pascolo… (…) sono nel territorio interno del Gargano, ecco! …dove prendono i titoli del… di ogni mucca, di ogni ettaro di terreno. Ogni componente… vi parlo di La Torre, di Ricucci, di Lombardi, di Scirpoli e dei Quitadamo, avevano un patrimonio di 2-300 mucche a testa, ma non li gravavano come spesa, perché non è che andavano a comprare il fieno, il mangime, le avevano libere nei territori…”. La mucca “può stare libera nel territorio garganico, può andare sulla strada principale, nei terreni privati e nessuno può dire niente, può fare niente. Sui terreni privati, sui terreni demaniali, sui terreni boschivi, su… le abbiamo libere, ecco”.

Alla mafia garganica – stando al pentito – non interessa né la mungitura né la lavorazione del latte per produrre formaggi perché comporterebbero manodopera e spese: “Rivendono i vitelli e prendono ogni anno… per esempio, ogni anno prendono 100-200 mila euro di entrate di vitelli”.

Dagli assalti paramilitari agli animali

Durante il processo “Omnia Nostra”, raccontato da l’Immediato qualche settimana fa, Raduano fece un altro riferimento a questi affari: “Il gruppo faceva colpi anche da 200-300mila euro con cerignolani e calabresi. Nel mirino soprattutto caveau e blindati, gli assalti avvenivano con tecniche paramilitari. I garganici venivano coinvolti perché ritenuti bravi a sparare. Poi il giorno dopo tornavano sul Gargano e rubavano anche mucche per mille euro a testa. Lo facevano per evidenziare la loro umiltà. Gli animali erano un altro modo per controllare il territorio“.

Il metodo “Baffino”

Le terre dovevano essere del clan e di nessun altro. Una mafia vera e propria confermata da un altro collaboratore di giustizia, il 49enne Antonio Quitadamo detto “Baffino”: “Ho acquistato un sacco di terreni abusivamente – le sue dichiarazioni riportate lo scorso anno da l’Immediato -, c’era un confinante a fianco a me che aveva 10-15 mucche, prima ce le rubavo e poi mi prendevo i pascoli e ho fatto un sacco di estensioni così, parecchie zone le ho prese così. Pascoli, seminativi, pascoli rurali. Abbiamo fatto parecchi… nella zona mia abbiamo fatto parecchi furti di bestiame con La Torre, Scirpoli, mio fratello Andrea“.

E concluse: “Nel 2011/2012 ho comprato 50-60 bovini, questo c’aveva 80 anni, era anziano e si era rimasto 15-20 bovini, non ricordo bene. Siamo andati e ce li abbiamo rubati io e Francesco Scirpoli e poi ho preso la zona. Avevano paura di me perché ho fatto parecchi reati del genere, ho fatto parecchi danni in quelle zone, ne ho fatti assai di danni”.

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Tags: Scirpoli
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