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Home - Più di 200 migranti curati nei ghetti della provincia di Foggia: “Quasi la metà era irregolare”

Più di 200 migranti curati nei ghetti della provincia di Foggia: “Quasi la metà era irregolare”

Di Antonella Soccio
21 Ottobre 2019
in Welfare
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Si chiama “La cattiva stagione” il rapporto dell’organizzazione Medici per i Diritti Umani (MEDU) sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti nella Capitanata in collaborazione con le associazioni Idorenin e A Buon Diritto con il sostegno di Open Society Foundations, Fondazione per il Sud, Sanità di Frontiera Onlus, UNHCR e UBI Banca.

La clinica mobile di Medu nei vari ghetti di Capitanata ha assistito, all’interno del progetto Terragiusta, avviato da 5 anni, nell’ultima campagna da giugno a settembre 225 persone (209 uomini e 16 donne) realizzando 292 visite mediche e 153 colloqui di orientamento legale. Il team di Terragiusta ha operato principalmente in cinque insediamenti informali: il Gran Ghetto di Rignano garganico, la pista di Borgo Mezzanone, i casolari di Poggio Imperiale e Palmori.
In questi 5 anni la clinica mobile ha lavorato soprattutto nella piana di Gioia Tauro per le campagne agrumarie. E ha lavorato in Basilicata, dalla Calabria alla Basilicata nel territorio di Palazzo San Gervasio e a Venosa e anche nella Piana del Sele. In Puglia si fece un primo monitoraggio qualche anno fa ma è nel 2019 che per la prima volta Medu ha operato in provincia di Foggia, portando l’accesso alle cure a chi vive in condizioni di marginalità.

Il direttore di Medu Alberto Barbieri ha spiegato l’importanza della comunicazione della pratica medica sul terreno. “Il 40 per cento erano in condizioni di irregolarità, il dato è molto alto. Il 60 per cento di persone in condizioni di regolarità hanno un permesso, ma o sono richiedenti asilo o con protezione internazionale o con protezione umanitaria, si tratta di rifugiati, di migranti forzati. Ci sono indicatori di non integrazione: le persone iscritte al servizio sanitario aventi diritto sono la metà di quelli con permesso di soggiorno. Solo un quinto ha una buona conoscenza di lingua italiana, il dato più basso in Italia e il 20 per cento sono richiedenti asilo. Sono dati preoccupanti, con un deficit importante di inclusione e di accesso ai diritti umani”.

Maria Rita Peca ha elencato alcuni dati eclatanti: c’è un lavoro nero diffuso. Solo il 44 per cento di coloro che hanno un permesso di soggiorno aveva un contratto di lavoro regolare. Spesso i contratti sono più di facciata: i 2/3 dei lavoratori si vedeva dichiarati 10 giorni su 30 giornate di lavoro.
30-35 euro per una giornata di lavoro, meno di quanto stabilito dagli uffici provinciali.
Il decreto sicurezza Salvini ha influito ad aumentare l’irregolarità, in questa cattiva stagione si sono avuti fenomeni di attacco xenofobo. “Sembra di stare in una palude sul caporalato, sembra di stare dinanzi alle grida manzoniane. I numeri di iscritti alle liste di prenotazione per l’incontro di domanda e offerta lavoro va indietro: solo 30 sono gli iscritti agli uffici del lavoro. Il rapporto cerca di analizzare in profondità tutti gli aspetti, dalle condizioni giuridiche a quelle di lavoro, fino alle condizioni di salute”.

Il caporalato è un metodo mainstream che si rende necessario per l’assenza di altri reclutamenti e per i prezzi iniqui. 6-7mila persone in questa campagna hanno vissuto nei ghetti nei picchi della raccolta. Il dato più evidente è che gli insediamenti sono malsani, isolati senza nessun servizio di base minimo con sfruttamento pervasivo con solo il 44 per cento di contratti di lavoro con numerose irregolarità con forme di lavoro grigio. Le azioni e gli sgomberi non sono stati risolutivi: ci troviamo ancora di fronte a ghetti sempre più popolosi a cui si aggiungono gli effetti nefasti del decreto

Un altro elemento è l’iniquità della filiera agroalimentare che schiaccia l’anello più debole, i braccianti. Per Concetta Notarangelo di Idorenin è la ghettizzazione il nodo del problema, che crea ansietà e marginalità. L’associazione ha avviato corsi di italiano informali nei casolari e un percorso alla genitorialità come sostegno e supporto in condizioni di vulnerabilità.
Martina Alpa ha invece evidenziato il profilo di stagionalità e di stanzialità dei migranti braccianti con donne vittime di tratta e sfruttamento.
Il 40 per cento delle persone assistite è in Italia da un un periodo da 1 a 3 anni e il 33 per cento da 4 e 10 anni, meno dell’1 per cento era in Italia da meno di un anno. Le dinamiche di stanzialità sono quindi significative: è a partire dalla stanzialità che vanno immaginate politiche di integrazione per il lavoro agricolo.

“I casolari delle tre riforme agrarie sono un fenomeno meno noto e sono l’emblema della desolazione e dell’abbandono: qui è evidente l’assenza di servizi e di trasporto, le condizioni igieniche e sanitarie sono emergenziali. Gli sgomberi e i progetti con le foresterie insieme a dei piani lungimiranti non si sono concretizzati, sono solo dei piani alloggiativi temporanei. È importante fare un’analisi per non ripetere gli errori. I piani lavorativi sono interconnessi. Una cosa che abbiamo notato è la difficoltà di trovare una casa in affitto su Foggia anche se si è regolari. È una grande criticità. Gli sgomberi devono essere razionali e partecipati in modo che tengano conto delle necessità lavorative. Si dovrebbe promuovere una accoglienza diffusa con co-housing già avviati in alcuni borghi della Daunia da prendere in esempio e occorre favorire la rete agricola di qualità non ha avuto successo”.

L’avvocato foggiano Claudio De Martino si è concentrato sulla filiera e sul nero che gira intorno ai braccianti, fuori dai campi.
9,5 cent o 10 cent al chilo per il pomodoro: il prezzo strozza i produttori, come si sa ormai da tempo. La GDO tira le fila del prezzo, perché impone il prezzo alle imprese di trasformazione. Un ragionamento che non è una scusante per coloro che usano il lavoro grigio, ma una verifica della realtà per una prospettiva di mutamento, secondo il giuslavorista. “Non si possono punire solo gli agricoltori o i caporali, non è una scusante, ma il problema non può essere risolto solo con misure punitive”.
Quali sono i dati epidemiologici in campagna dunque? I braccianti soffrono di problemi osteomuscolari e all’apparato digerente. Terza patologia le malattie infettive a cui seguono criticità all’apparato respiratorio e disturbi mentali.

Tags: Borgo Mezzanonecure medicheFoggiaGhettoMedici diritti umaniRignano
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