Per gentile concessione del Corriere del Mezzogiorno, a firma dell’editorialista Davide Grittani.
Il più contagioso dei difetti pugliesi, quello di anteporre lo storytelling alla realtà, stavolta ha stabilito un record singolare. Dal 5 al 20 giugno scorsi, Foggia ha reso omaggio a un protagonista del verismo musicale, Umberto Giordano, dedicandogli una delle maggiori mobilitazioni mai allestite intorno alla lirica. GIO Festival: 2,2 milioni, in larga parte pubblici, stanziati per un’operazione di sponda tra Camera di commercio, Comune e Regione (più altri enti e sponsor), organizzata con l’ambizione di proclamare la città natale di Giordano «nuova capitale del melodramma».
Un colossale investimento di risorse, uomini e mezzi, i cui effetti avrebbero dovuto tradursi in un rinfrancante moltiplicatore economico e, più terra terra, in un’esposizione mediatica tale da invertire l’inerzia della narrazione del territorio. Ma se si eccettua il costoso advertising che ha portato le gigantografie del festival in molte stazioni e aeroporti, della prima edizione di GIO non si è accorto nessuno (tranne i foggiani).
A gridare vendetta è soprattutto l’inedito, e perciò storico, allestimento dell’Andrea Chénier in una piazza: scenografie della Scala di Milano, coro e orchestra del Petruzzelli di Bari, regia di Martone, strutture scenotecniche avanzatissime, audio e impianti di ultima generazione. Una magniloquenza (da 900 mila euro) di cui però non si è avuta granché traccia, al punto che persino la Rai (media partner dell’evento) ha preferito il concomitante debutto del tour europeo dei Pet Shop Boys (vedi alla voce Medimex di Taranto).
Non è la prima volta, non sarà l’ultima. La strada dei grandi eventi in salsa pugliese è lastricata di buche. Forse perché scontano la radice provinciale alla base di questi mega impeti di orgoglio, presentati come occasioni di riscatto internazionale (quasi sempre alla Bit di Milano, dove le foto opportunity fanno scena) e finite con la sola approvazione del proprio condominio. È successo per il padiglione della Regione alla Design Week di Miami, da punta di diamante a succulenta inchiesta della Corte dei Conti. Succede nei numerosi festival del libro che dovendo esaltare il senso della lettura finiscono, in tanti casi, per celebrare l’ego degli ospiti. E adesso GIO, impresa titanica la cui scia è stata così limitata da non giustificarne l’impegno né l’enfasi che l’hanno preceduta. Parecchio rumore per nulla: nella terra che aumenta l’Irpef per colmare i debiti, sembra quasi una cena delle beffe.












