Si apre il processo a carico di Donato Romano, il muratore foggiano di 45 anni accusato dell’omicidio di Giovanni detto “Gigi” Mastropasqua, fruttivendolo con un bancone tra viale Virgilio e via Gramsci, ucciso con un colpo di pistola la mattina del 19 giugno 2025 in via Zuretti, a Foggia.
Romano confessò poche ore dopo il delitto, immortalato dalle telecamere di videosorveglianza, e da allora è detenuto. Ma sarà la Corte d’assise, nel procedimento che si apre il 10 aprile, a stabilire se si trattò di un omicidio premeditato – e quindi punibile con l’ergastolo – oppure di un gesto maturato senza pianificazione, con una possibile condanna inferiore ai 20 anni.
Il delitto e la confessione immediata
La dinamica dell’omicidio è chiara e condivisa dalle parti: Romano sparò a Mastropasqua all’interno della Smart della vittima, al termine di un incontro fissato per discutere di un debito.
Il fruttivendolo cinquantenne, con banco al quartiere Cep, gli aveva prestato circa due mesi prima 1.500 euro. Un rapporto economico che, secondo l’accusa, si sarebbe trasformato nel movente di un omicidio pianificato.
La tesi dell’accusa: incontro organizzato per uccidere
Per il procuratore aggiunto e per i legali di parte civile, Romano si presentò all’appuntamento già deciso a uccidere. Secondo questa ricostruzione, l’imputato si sarebbe armato con l’intento preciso di sparare, attirando la vittima con il pretesto di saldare il debito. La pistola, dunque, non sarebbe stata un elemento occasionale, ma lo strumento di un piano già definito.
A rafforzare questa tesi, anche la presunta mancanza di credibilità della versione difensiva, ritenuta contraddittoria tra quanto dichiarato subito dopo l’arresto e quanto sostenuto mesi dopo davanti al giudice dell’udienza preliminare.
La difesa: nessuna premeditazione, ma paura e tensione
Di tutt’altro avviso il difensore che punta a smontare l’aggravante della premeditazione. Secondo la difesa, Romano non avrebbe avuto alcuna intenzione di uccidere. Si sarebbe armato per timore, dopo essere stato minacciato da Mastropasqua, che – a fronte dei 1.500 euro prestati – avrebbe preteso la restituzione di 4.500 euro.
Un contesto di pressione e paura che, secondo questa linea, avrebbe portato a un’escalation culminata nello sparo, ma senza un piano preordinato.
Il video e l’arma smontata: i punti chiave
Elemento centrale sarà il video dell’omicidio, su cui la difesa costruisce gran parte della propria strategia. Romano, sostiene il difensore, avrebbe montato l’arma sulla cappotta dell’auto pochi istanti prima di sparare, utilizzando un solo proiettile e dopo l’ennesima frase provocatoria della vittima: “Ma veramente vuoi chiamare Gesù Cristo?”. Un dettaglio che, secondo la difesa, contrasterebbe con l’idea di una pianificazione: “Se avesse deciso di uccidere, perché presentarsi con la pistola smontata e un solo colpo?”
Se la Corte dovesse escludere la premeditazione, la pena base scenderebbe da ergastolo a 21 anni. A quel punto, la difesa chiederà di applicare lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato, già richiesto e respinto in fase preliminare proprio per la contestazione dell’aggravante.
La credibilità dell’imputato al centro del processo
Accusa e parti civili contestano radicalmente la versione difensiva. Per loro, il prestito sarebbe stato concesso per amicizia, senza alcuna dinamica usuraria.
Le presunte minacce e richieste di somme maggiori vengono ritenute non credibili, anche alla luce delle incongruenze emerse nelle dichiarazioni dell’imputato nel corso del tempo.
Sarà dunque la Corte a stabilire quale delle due narrazioni reggerà al vaglio del dibattimento: quella di un omicidio premeditato o quella di un gesto nato in un contesto di tensione e paura.










