Una riflessione amara, ma lucida, che parte da un episodio di violenza e si allarga fino a interrogare il senso stesso di comunità. È quella affidata a una lettera da Vincenzo Rizzi, naturalista e padre di un giovane di 24 anni vittima di un’aggressione, che ha scelto di condividere pubblicamente il proprio punto di vista nel giorno della Festa del Papà.
Il dolore di un padre e la metafora del branco
Rizzi utilizza un’immagine potente per spiegare ciò che, secondo lui, dovrebbe essere una comunità: quella del bue muschiato, animale che nei momenti di pericolo si stringe in cerchio per proteggere i più vulnerabili.
Un modello naturale che diventa metafora sociale. “Una comunità – scrive – dovrebbe essere questo: non solo persone che abitano nello stesso luogo, ma un insieme capace di proteggere e riconoscere il dolore”.
Dopo l’aggressione subita dal figlio, però, quella protezione non sempre è stata percepita. Accanto alla ferita fisica, infatti, emerge quella più sottile del “dopo”: la sensazione che la violenza venga accettata come qualcosa di normale, quasi inevitabile.
“Non banalità del male, ma casualità”
Nella sua analisi, Rizzi distingue tra la “banalità del male”, teorizzata da Hannah Arendt, e quella che definisce una “casualità del male”.
Non un male organizzato o ideologico, ma una violenza che colpisce senza motivo, per caso, perché la vittima si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. “Ed è proprio questo che dovrebbe inquietare tutti: se è casuale, può accadere a chiunque”.
La solidarietà dei cittadini e il silenzio delle istituzioni
Se da un lato il padre ringrazia le tante persone che hanno espresso vicinanza con messaggi e gesti concreti, dall’altro non nasconde l’amarezza per quello che definisce un “silenzio istituzionale pesante”.
Nel mirino l’assenza di prese di posizione da parte di rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, dalla sindaca di Foggia all’assessore alla legalità, fino al presidente della Regione Puglia e agli amministratori della città di Bisceglie, dove si è verificato un passaggio della vicenda.
“Non cerco polemica – precisa – ma questi gesti minimi servono a capire se siamo davvero una comunità oppure no”.
Trasporti e università nel mirino della riflessione
La riflessione si allarga anche ad altri ambiti. Rizzi evidenzia la mancanza di un segnale da parte di chi gestisce il trasporto ferroviario, sottolineando una percezione di tutela insufficiente nei momenti più delicati.
Critico anche il passaggio sul mondo universitario, spesso impegnato a parlare di “impatto sociale” e “terza missione”, ma che – secondo il padre – non sempre riesce a tradurre queste parole in una presenza concreta quando accadono fatti che toccano sicurezza e coesione sociale.
“Vogliamo essere una comunità?”
La lettera si chiude con una domanda che è anche un appello: “Vogliamo davvero essere una comunità, o soltanto persone che vivono per caso nello stesso luogo?”.
Un interrogativo che va oltre il singolo episodio e chiama in causa il senso di responsabilità collettiva, soprattutto nei confronti dei più giovani. Perché, conclude Rizzi, abituarsi alla violenza significa trasmettere un messaggio pericoloso: che non esiste protezione e che a prevalere è solo la legge del più forte.










