Non una vicenda chiusa, ma una ferita aperta. Dopo la sentenza di assoluzione piena “perché il fatto non sussiste” nei confronti di due fratelli ultraquarantenni del Gargano e di un loro amico, un 50enne romano accusati di stupro di gruppo ai danni di una giovane donna a Rodi Garganico, arriva la presa di posizione dell’associazione foggiana Impegno Donna, parte civile nel processo, attraverso le operatrici del centro antiviolenza Telefono Donna e degli sportelli dell’Ambito di San Marco in Lamis.
“La verità processuale non coincide con il vissuto”
Nel comunicato diffuso, le operatrici sottolineano la distanza tra la verità giudiziaria e quella personale della donna che ha denunciato. “È la verità processuale che oggi viene affermata, ma non coincide con la verità dei fatti che la donna ha avuto il coraggio di raccontare, né con la realtà del suo vissuto”.
Per l’associazione, la sentenza non può rappresentare la fine di un percorso, soprattutto per chi ha scelto di esporsi denunciando una violenza. “Ogni donna che denuncia espone la propria intimità e la propria credibilità, e quando la sua parola non trova riconoscimento, alla sofferenza si aggiunge la ferita del sentirsi messa in discussione e isolata”.
Il nodo della gogna mediatica
Impegno Donna punta il dito anche contro l’esposizione mediatica seguita alla pronuncia del tribunale. Secondo le operatrici, alcune persone avrebbero cercato visibilità su giornali e social, contribuendo a rendere riconoscibile la giovane donna e alimentando un clima di gogna pubblica.
“Fatti di questa gravità non dovrebbero mai essere usati per ottenere attenzione o consenso. Non dovrebbero uscire dalle aule di giustizia per diventare spettacolo”, si legge nella nota. Un passaggio che richiama anche la responsabilità nell’uso delle parole, soprattutto online: “Non si può fare i leoni da tastiera senza conoscere i fatti, senza comprendere la complessità di un processo, senza pensare alle conseguenze sulle persone coinvolte”.
“Non è solo una sentenza, è un passaggio culturale”
Nel comunicato si evidenzia come, nella narrazione pubblica, la giovane donna sia stata rappresentata non come possibile vittima, ma come soggetto consenziente o manipolatore. Una dinamica che, secondo l’associazione, sposta l’attenzione dalla condotta degli imputati alla vita e alla personalità della donna.
“Ogni volta che una donna viene delegittimata, la ferita non è mai individuale: attraversa l’intera comunità femminile, raggiunge chi ha denunciato e chi teme di non essere creduta”.
“Continuiamo a stare dalla parte delle donne”
Il messaggio finale è rivolto a chi oggi si sente scoraggiata. “Non è sola. Continueremo a esserci, a sostenere le donne che denunciano, a chiedere una cultura dell’ascolto e del rispetto. La lotta contro la violenza di genere non si esaurisce nelle aule di tribunale: è un impegno quotidiano, politico e sociale”.
“Oggi siamo ferite. Ma non arretriamo. Continuiamo a costruire protezione, responsabilità e vicinanza. Continuiamo a stare dalla parte delle donne”.










