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Home - “Giù le mani”, testimoni colpiti da “amnesia”. In aula cambia la versione sul presunto “sistema Fatone”

“Giù le mani”, testimoni colpiti da “amnesia”. In aula cambia la versione sul presunto “sistema Fatone”

Al Tribunale di Foggia il filone sui presunti abusi all’interno dell’Ase: il giudice richiama un teste sui rischi di falsa testimonianza, emergono contraddizioni con i verbali del 2022

Di Francesco Pesante
11 Febbraio 2026
in Cronaca, Manfredonia
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Prosegue a Foggia il processo “Giù le mani” sui presunti intrecci illeciti tra politica e imprenditoria a Manfredonia. In corte d’assise, giudice Talani, va avanti il filone relativo a Michele Fatone detto “Racastill”, ex dipendente dell’azienda dei rifiuti “Ase”, municipalizzata del Comune, accusato di concussione, peculato, lesioni, stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori. Con lui a processo il figlio Raffaele, anch’egli dipendente (poi licenziato) dell’azienda di raccolta rifiuti, accusato di lesioni e violenza in concorso con il padre.

Sorprendenti e inaspettate le dichiarazioni del primo teste, un autista della ditta: “Conosco Michele Fatone, era il nostro coordinatore”, ha risposto al pm. “Con Fatone non ho mai avuto discussioni. Provvedimenti contro Fatone? Non ricordo”. Pungolato dall’accusa ha aggiunto: “Soffro di ansia, ma non di memoria”.

Non hanno trovato conferma le affermazioni rilasciate dal teste nel 2022 nel commissariato di polizia di Manfredonia dove gli venne chiesto di Fatone. All’epoca fu molto duro: “Una persona non degna di rispetto, nu piz d’ merd’ (un pezzo di merda). Non merita di ricevere rispetto dai lavoratori perbene che sono la maggior parte. Apprezzo il dottor Rossi (ex manager Ase, ndr) che dopo aver inquadrato la situazione ha demansionato Fatone sbattendolo nel punto ecologico di Monticchio dove può nuocere solo a se stesso”. Il giudice ha ricordato al teste i rischi di una imputazione per falsa testimonianza, ma l’uomo non ha ricordato né confermato quanto riferito alla polizia.

Il pubblico ministero ha citato altri particolari: “Alla polizia disse: ‘Fatone faceva il padrone e vi assicuro che ne ha fatte di malefatte. Con il nuovo amministratore le cose stanno andando molto meglio’. Si ricorda queste dichiarazioni?”. “Non ricordo quello che ho detto”, ha insistito il teste. “Lei si sente credibile?” ha chiesto il pm provocando la ferma opposizione della difesa. La stessa difesa che ha anche fatto notare una certa discrepanza tra le dichiarazioni al limite del forbito apparse sui verbali e il linguaggio basico, spesso dialettale, dei testimoni.

Poi su Domenico Manzella, il dipendente che denunciò un pestaggio subìto dai Fatone: “Vidi le foto della sua faccia gonfia sui giornali”, si è limitato a riferire ricordando di una “discussione pesante” tra i due. Ma nel verbale di polizia c’è una dichiarazione di ben altro tenore: “I rapporti tra Fatone e Manzella erano pessimi, Fatone si è sempre sentito al di sopra di tutti”. Anche in questo caso ecco il solito “non ricordo”.

Vago anche il secondo teste, un altro dipendente Ase, che ha ricordato un suo breve periodo di malattia: “Mi feci male alla schiena mentre ero a bordo di un mezzo perché presi una buca. Restai a casa una quindicina di giorni, al mio ritorno al lavoro Fatone mi fece tornare alle stesse mansioni di prima, la presi come un’umiliazione”. Sulle presunte prevaricazioni di Fatone in azienda, il teste non ha saputo aggiungere nulla di rilevante: “Io ero un lavoratore stagionale, vengo dall’edilizia, sono abituato a sentire urlare e assistere ai litigi ma non ricordo i contenuti delle discussioni. Mi allontanavo”.

Entrambi i testi hanno confermato, su sollecitazione delle parti, di non aver riletto il verbale di polizia come previsto per legge.

I nomi degli imputati, le accuse principali e gli episodi contestati

Il processo “Giù le mani” nasce da cinque filoni investigativi che racchiudono 14 capi d’imputazione. Al centro dell’inchiesta di Procura di Foggia e Guardia di Finanza ci sono episodi che vanno dal 2019 al 2021. Secondo la procura, l’ex sindaco di Manfredonia Gianni Rotice, insieme al fratello Michele detto “Lino”, avrebbe chiesto a Michele Romito di sostenere al ballottaggio del 2021 la propria elezione a primo cittadino in cambio dell’interessamento per evitare lo smontaggio di una parte del ristorante “Guarda che Luna”.

Romito risponde di tentata concussione, insieme all’ex assessore Angelo Salvemini, per presunte pressioni su dirigenti comunali finalizzate proprio a bloccare lo smantellamento della struttura.

Altra vicenda riguarda Grazia Romito, sorella di Michele, imputata di falso per aver ottenuto, tramite un prestanome, la gestione di un’agenzia funebre nonostante un’interdittiva antimafia a suo carico. Il prestanome sarebbe Luigi Rotolo, anche lui imputato. Salvemini risponde anche di corruzione per un presunto scambio di favori con l’ex segretaria comunale Giuliana Galantino (imputata ma anche parte offesa), che avrebbe ricevuto supporto nella redazione di una nota utile a difendersi da accuse di mobbing, in cambio di una decisione favorevole all’interesse di una società legata ai Romito.

Le imputazioni più numerose sono a carico dell’ex dipendente dell’azienda dei rifiuti “Ase”, municipalizzata del Comune, Michele “Racastill” Fatone, accusato di concussione, peculato, lesioni, stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori. Con lui a processo il figlio Raffaele, anch’egli dipendente (poi licenziato) dell’azienda di raccolta rifiuti, accusato di lesioni e violenza in concorso con il padre.

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Tags: Asecronaca giudiziariaGianni RoticeManfredoniamichele fatoneprocesso Giù le maniProcura di FoggiaRaffaele FatoneTribunale di Foggia
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