A quasi dieci anni dalla scomparsa di Francesco Armiento, tornano a farsi sentire i familiari del giovane di 29 anni sparito da Mattinata il 27 giugno del 2016 e ritenuto vittima di lupara bianca. Lo fanno attraverso una lettera indirizzata alla Direzione distrettuale antimafia di Bari, con la richiesta di un incontro per ottenere risposte definitive su quanto accaduto.
L’iniziativa parte dalla madre del giovane, Luisa Lapomarda, e dalle sorelle Michela e Serena, assistite dall’avvocata Innocenza Starace del Foro di Foggia. La lettera è stata inviata al sostituto procuratore Ettore Cardinali, pm nei processi alla mafia garganica.
La richiesta alla Direzione distrettuale antimafia
Nel documento, la famiglia chiede chiarimenti sull’esito delle indagini e sulla sorte di Francesco. “Per loro è assolutamente necessario sapere la verità su quanto accaduto al proprio caro e vivono per questo in uno stato di ansia continuo”, si legge nella lettera trasmessa alla Dda.
I familiari chiedono anche la restituzione del corpo, qualora rinvenuto, per poter dare a Francesco una degna sepoltura e avere un luogo in cui piangerlo insieme al figlio della vittima. “L’attesa è ormai divenuta insostenibile e sta minando la tranquillità e la capacità di vita delle stesse, conducendole in uno stato di depressione”, sottolinea la legale.
La scomparsa e le piste investigative
Francesco Armiento scomparve la mattina del 27 giugno 2016. Durante il periodo estivo lavorava come parcheggiatore nell’area Vallone di Mattinatella. Lasciò un figlio piccolo, oggi adolescente.
Nel corso degli anni, gli investigatori hanno seguito diverse piste. Una delle principali è legata al fatto che Armiento, nel 2009, era stato testimone dell’omicidio di un suo amico, il macellaio Gianluigi Quitadamo, ucciso a colpi di fucile mentre si trovava in auto proprio con Armiento, che riuscì a salvarsi.
Altre ipotesi investigative hanno riguardato un presunto legame sentimentale con la moglie di un amico e una telefonata anonima ai carabinieri in cui Armiento avrebbe segnalato il possesso di armi da parte di una persona a lui nota.
Il dolore della famiglia e le dichiarazioni dei pentiti
La madre di Francesco, in più occasioni, si è appellata anche alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, manifestando sempre la convinzione che il figlio fosse stato ucciso. Una convinzione che, secondo quanto riferito dalla legale, avrebbe trovato riscontro nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia della mafia garganica. I parenti del ragazzo sperano di ottenere risposte proprio alla luce dei numerosi pentiti emersi negli ultimi anni, a cominciare proprio dai fratelli mattinatesi Antonio e Andrea Quitadamo detti “Baffino”, e dal compaesano Francesco Notarangelo detto “Natale”, tutti all’epoca vicini in qualche modo ad Armiento.
Agli inquirenti Notarangelo disse: “Il mio gruppo di Mattinata si occupava di omicidi e rapine ed era capeggiato da Francesco Scirpoli (oggi detenuto, ndr). Io ho fatto alcune rapine e mi sono occupato dell’occultamento dei cadaveri di Francesco Libergolis alias ‘Faccia di pecora’, Francesco Simone e Francesco Armiento”.
“Vogliamo solo la verità”
La lettera inviata alla Dda rappresenta l’ennesimo tentativo della famiglia di ottenere risposte dopo anni di attesa e silenzi. Una richiesta che non riguarda solo l’esito giudiziario della vicenda, ma anche il diritto umano di conoscere la sorte di un figlio, di un fratello e di un padre. Un appello che torna a riportare l’attenzione su uno dei casi più dolorosi e irrisolti del Gargano.











