“Fai strada al povero senza farti strada”. Sono state tante le citazioni di don Milani e della Scuola di Barbiana nel giorno dell’intitolazione a don Michele de Paolis del Centro polifunzionale del Candelaro che ospita gli uffici dell’assessorato ai Servizi sociali del Comune di Foggia.
Non è stata una celebrazione ma un momento di forte memoria alla presenza delle istituzioni con la sindaca Maria Aida Episcopo, l’assessora al welfare Simona Mendolicchio e il suo omologo regionale, Christian Casili, vicepresidente della Regione Puglia.
Tutti i ragazzi di allora, oggi adulti e anziani, come Rita De Padova, Peppino D’Urso e tanti altri, si sono ritrovati a commemorarlo. Così come coloro che caddero nella tossicodipendenza e si curarono in campagna a Emmaus, tra le primissime comunità di recupero in Italia.
La comunità ecclesiale salesiana nella parrocchia del Sacro Cuore nell’incrocio tra Via Lucera e Viale Candelaro cambiò negli anni Settanta il modo di fare politica in città con il suo oratorio. Un manipolo di giovani preti intellettuali si trovò a vivere in un quartiere difficile e a sperimentare la lezione di San Giovanni Bosco.
Nel settembre del 1973 arrivarono a Foggia don Nicola Palmisano e don Michele de Paolis, a cui si aggiunse nel 1974 don Michele Mongiello, nel 1975 don Giorgio Russo e nel 1976 don Giorgio Pratesi.
Insieme diedero un segnale di discontinuità nello stile di vita e nella pastorale lasciando i locali della parrocchia per la “scuola popolare don Bosco” e andando ad abitare in una baracca, la più povera della zona. Il desiderio esplicito come per altre esperienze ecclesiali di quegli anni fortemente politicizzati era quello di dare una testimonianza visibile di povertà, fraternità e disponibilità ad accogliere. Per vivere i luoghi come atto politico.
Don Fedele Salvatore ha illustrato i cambiamenti della società attuale partendo dai Rapporti Censis degli ultimi 10 anni. “La nostra è una società più sciapa, dove prevalgono il rancore e la paura del declassamento. Una società in fuga verso l’irrazionale, col COVID il pensiero magico prende il sopravvento, frutto della insoddisfazione. Si è parlato di società dei sonnambuli, dei rassegnati, in bilico tra crescita totale e ignoranza diffusa in una età selvaggia del ferro e del fuoco. Che fare? Rimanere impietriti dalla paura?”.
Il sacerdote campano ha citato dei nuovi poeti partenopei di Scampia che si sono ribellati al fatalismo di Eduardo De Filippo e del suo celebre “adda’ passa a’ nuttata”. Quando passa a nuttata per i poveri e i fragili? Mai? Si chiedono.
“È una filosofia tutta sbagliata, Enzo Avitabile dice la paura ci fa diventare fureste. La paura ci inselvatichisce. Don Michele ci ha insegnato che di fronte al dilagare delle passioni tristi bisogna impegnarsi a praticare le passioni gioiose”.
L’assessore Casili dal suo canto ha annunciato che nei prossimi giorni la Giunta Decaro presenterà il piano delle politiche del Welfare. Anche per Foggia ci saranno soluzioni mirate. “Come bisogna essere per fare scuola popolare? Non bisogna essere interclassisti ma schierati”, scriveva don Michele, che fino ai suoi 93 anni “ha tormentato i politici per raggiungere i suoi obiettivi, per realizzare il sogno di Emmaus, che era la ragione del suo esistere”.
“Il suo testimone è nelle nostre mani, non siamo persone straordinarie, non siamo persone speciali, di speciale abbia dato la continuità. C’è una difficoltà oggi a trovare giovani che vogliano occuparsi del sociale. C’è un enorme e difficile turn over nelle comunità, è arduo trasmettere il bisogno di essere in prima linea e di offrirsi al quartiere”, ha osservato il presidente dell’associazione Emmaus Fedele Ruggero, parlando di pedagogia salesiana.
In collegamento anche Nichi Vendola grande amico di don Michele e suo importante sostenitore da governatore della Puglia nella costruzione del Villaggio don Bosco in località Vaccarella che ha avuto come primo responsabile Domenico La Marca, oggi sindaco di Manfredonia, anche lui presente e molto commosso. “Sento forte la nostalgia di don Michele – ha detto Vendola -. Accoglienza inclusione e convivialità erano la cifra del suo cammino e del cammino collettivo. Viviamo tempi terribili: il cristianesimo incarnato da don Michele è l’unica forma di opposizione a questi tempi violenti di guerra. Quando penso a don Michele penso al candore a questo straordinario bambino di tanti anni, alla ingenuità e alla bellezza con cui si proponeva alle istituzioni, all’inizio con timore e poi svegliandomi tutte le mattine alle 7 per comunicarmi le urgenze. Dovevo mettermi al riparo da don Michele, perché mi occupavo di un Welfare capace di creare vita indipendente, le emergenze spesso ti inchiodano al qui e ora. È un uomo che ha incarnato la teologia della convivialità: il suo modo di lavorare per strutture di accoglienza aveva dentro di sé una idea di liberazione. C’è un momento del Vangelo, che mi fa pensare a don Michele ed è il Magnificat di Maria di Nazareth. Aveva una empatia infinita e il cuore grande. Con l’eleganza del suo dire, sembrava uscito da una parabola evangelica. L’amministrazione di Foggia è in sintonia con il risanamento dei quartieri, con l’impegno per portare la bellezza e la giustizia anche dove è negletta. La memoria di don Michele è una bussola per il presente e un telescopio per guardare il futuro. Del vangelo di don Michele dovremmo ereditare l’elemento della scomodità, come diceva don Tonino Bello: consolare gli afflitti va bene, ma anche affliggere i consolati serve”.
Don Michele de Paolis è stato fondamentale anche per l’assessore regionale ai Trasporti Raffaele Piemontese, anche lui in collegamento, che lo ha avuto come confessore. “Era luce per me”, ha osservato il politico foggiano.
Lucida l’analisi di don Vito Cecere che dal 2000 si occupa della comunità Emmaus. “Tutto è partito negli anni Settanta dalla parrocchia del Sacro Cuore come tutti sanno e tutto ritorna qui oggi con il riconoscimento simbolico di un centro intitolato a don Michele e alla storia dei salesiani che hanno fatto parte della piccola comunità fin dagli inizi. Si chiude un cerchio di rivalutazione del quartiere e di scommessa. È chiaro che questi quasi 50 anni non sono sufficienti per rispondere a tutte le esigenze che la società continua a mettere fuori. Un tempo le dipendenze sono state il canale principale a cui la comunità Emmaus ha dedicato tanta attenzione oggi il fronte si allarga, e si fa fatica a stare dietro alle risposte da dare e a far sì che siano significative”.
Oggi tra le emergenze c’è il reclutamento dei giovani da parte della criminalità. Ma non solo, secondo don Vito. “Ci sono degli autosabotatori che i giovani di oggi mettono in campo, hanno poca attenzione a se stessi nell’accettarsi, nell’accogliersi, ci sono tante richieste, mi dicono, nei reparti di chirurgia estetica per migliorare se stessi, per cambiare. Ci sono problematiche di socializzazione, l’uscire, l’entrare in contatto con i contesti sociali, c’è il bullismo. Ci sono nel mondo giovanile una serie di criticità che rischiano di essere degli autogol dei giovani stessi. A questo poi si aggiunge il rimando degli adulti che con la criminalità e lo spaccio mettono addosso ai giovani altri problemi”.
Il Sacro Cuore è stato occasione e ascensore sociale per tanti giovani in quegli anni. E oggi?
“Il Sacro Cuore è stato un laboratorio creativo di socializzazione e di riscatto su tanti fronti-osserva il sacerdote – La città risponde con tanti servizi e tante possibilità, ma la crisi che noto in tutte queste risposte è la tentazione di rincorrere il progettificio, i soldi, il budget, senza però guardare in faccia le persone e farsi carico delle loro vite e non del loro disagio”.











