Nel carcere di Bari la violenza non si è fermata davanti alle sbarre. Dentro una cella, la 2 bis della Terza sezione, si è consumata una vicenda che oggi appare come una spirale di brutalità gratuita, culminata nell’omicidio di Giuseppe Lacarpia e nel tentato omicidio di Mirko Gennaro, entrambi inizialmente archiviati come suicidio e tentato suicidio. Solo un’indagine minuziosa ha smascherato quella che, secondo l’accusa, era una messinscena costruita per coprire due aggressioni feroci.
L’arrivo in carcere dopo il femminicidio
Giuseppe Lacarpia entrò nella casa circondariale di Bari il 6 ottobre 2024, arrestato per l’omicidio della moglie Maria Arcangela Turturo, prima cosparsa di benzina e poi uccisa a mani nude. La notorietà del caso lo rese subito un detenuto “ingombrante”. Il suo nome circolava nei notiziari e lui stesso iniziò a temere ritorsioni.
Per questo chiese di essere spostato. Dalla cella numero 2 venne trasferito nella 2 bis, al piano terra. Scelse uno dei nove letti a castello, quello più basso sulla destra. Quindici giorni dopo, proprio lì, sarebbe morto.
Il suicidio che non convinceva
Quando il corpo venne trovato, la prima ipotesi fu quella del suicidio. Un lenzuolo legato alla testiera del letto, un nodo stretto, l’apparente impiccagione. Ma qualcosa non tornava. A segnalarlo fu l’agente di polizia penitenziaria intervenuto per primo, seguito dagli accertamenti della squadra mobile, coordinata dai pm Claudio Pinto e Ileana Ramundo.
Quel lenzuolo non presentava i segni compatibili con una morte per asfissia da impiccagione. Era un dettaglio tecnico, ma decisivo.
“Recava disturbo”: il movente dell’omicidio
Le indagini hanno ricostruito un quadro inquietante. Francesco Saverio Scarano, con la complicità di Vincenzo Michele Guglielmi, avrebbe ucciso Lacarpia perché ritenuto fastidioso. Soffriva di incontinenza fecale, camminava nella cella, pregava, si lamentava anche durante le ore di riposo.
“Recava disturbo”, è la motivazione emersa dagli atti. Un movente minimo, quasi inesistente, che però sarebbe bastato per decidere di eliminarlo e poi simulare il suicidio.
Il tentato omicidio di Mirko Gennaro
Tre giorni prima della morte di Lacarpia, nella stessa cella, si era già sfiorata un’altra tragedia. Mirko Gennaro era stato aggredito e quasi ucciso. Durante il tentato soffocamento perse i sensi, ma sopravvisse.
Ricoverato in ospedale, raccontò agli inquirenti: “Hanno iniziato a prendermi a calci e pugni e con un bastone della scopa mi hanno colpito su tutto il corpo, poi con una corda rudimentale hanno provato ad impiccarmi”. Secondo quanto riferito, Scarano gli avrebbe ripetuto più volte: “Tu oggi ti devi impiccare. O volere o volare ti devi impiccare”.
Gennaro, sempre secondo le indagini, aveva assunto una posizione dominante all’interno della cella, elemento che avrebbe innescato l’aggressione.
La verità emersa dopo il rischio archiviazione
Per entrambi gli episodi si era inizialmente prospettata l’archiviazione come casi di autolesionismo. A cambiare tutto sono stati riscontri investigativi, testimonianze e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Determinante anche la descrizione del ritrovamento del corpo di Lacarpia: il lenzuolo al collo era chiuso con un “nodo a bocca di lupo” agganciato alla terza sbarra della testiera, ma senza i segni di rotazione necessari a provocare l’asfissia.
Le parole della procura
“È un’inchiesta inquietante perché mostra che il carcere non è fatto solo di suicidi, ma anche di omicidi insensati, senza un movente, camuffati da suicidi”, ha dichiarato il procuratore aggiunto Ciro Angelillis, parlando di violenza gratuita dietro le sbarre.
“Nessuno ha il diritto di togliere la vita a nessuno e per questo era necessario andare fino in fondo”, ha aggiunto la pm Ileana Ramundo. Una linea condivisa anche dal procuratore capo Roberto Rossi, che ha ribadito come la procura tuteli i diritti di tutti, anche di chi è detenuto.











