“Già all’arrivo della prima ambulanza, i familiari si sono mostrati agitati e ostili. Abbiamo fatto tutto il possibile, ma nonostante le manovre rianimatorie la donna non ce l’ha fatta. Poi la furia: minacce, urla, oggetti lanciati, e noi bloccati dentro la casa, senza poter uscire”. È la testimonianza sconvolgente di un operatore del 118 di Foggia, riportata oggi da Repubblica Bari, dopo l’ennesimo episodio di violenza contro il personale sanitario in provincia.
L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di venerdì 17 ottobre, quando due ambulanze — una da Foggia e una da Cerignola, entrambe senza medico a bordo — sono intervenute per soccorrere una donna affetta da neoplasia, in arresto cardiaco. Nonostante i tentativi di rianimazione, la paziente è deceduta. A quel punto, i familiari, in preda alla rabbia e alla disperazione, si sono scagliati contro i soccorritori: calci, pugni, minacce di morte e lanci di oggetti dai balconi, tra cui vasi e pietre.
“Non è stato possibile lasciare immediatamente l’abitazione, perché i familiari impedivano l’uscita del personale”, ha raccontato ancora l’operatore. Solo l’arrivo delle forze dell’ordine ha consentito agli equipaggi di allontanarsi in sicurezza. Nessuno degli operatori è rimasto gravemente ferito, ma lo shock è stato fortissimo.
Si tratta del dodicesimo episodio di violenza contro personale sanitario registrato nel Foggiano da gennaio a ottobre 2025. Nel 2024 i casi erano stati 17, nel 2023 erano stati 18. Numeri che testimoniano una situazione sempre più allarmante, nonostante l’impegno delle istituzioni. Solo tre giorni prima, il 15 ottobre, la Prefettura di Foggia aveva firmato un protocollo operativo contro la violenza verso il personale sanitario e socio-sanitario, che prevede interventi coordinati tra le forze di polizia, il potenziamento dei sistemi di videosorveglianza e percorsi di formazione specifici.
Il consigliere regionale della Lega, Napoleone Cera, ha denunciato pubblicamente l’accaduto, definendo la situazione “una vergogna che fotografa una sanità abbandonata, con turni massacranti, mezzi insufficienti e operatori costretti a lavorare senza medico a bordo”.
Un grido di dolore che si aggiunge a quello di chi ogni giorno salva vite, ma troppo spesso rischia la propria.









