“Nel mondo c’è la bellezza e ci sono gli oppressi: per quanto sia terribilmente difficile vorrei essere fedele a entrambi”.
Fabio Geda ha fatto suo l’insegnamento di Albert Camus e lo ha messo nero su bianco, nel suo splendido libro, “La casa dell’attesa” (Laterza), protagonista in libreria, per la rassegna Foggia Book Instinct, ideata da Davide Grittani e condotta da Ale Galano negli spazi di Ubik Foggia.
È questo lo spirito con il quale ha affrontato il suo viaggio in Angola, tra la capitale Luanda e la remotissima area del Cunene. Scrittore al seguito dei Medici con l’Africa Cuamm: uomini e donne che intervengono sulla storia di una terra, pur sapendo che ci vorrà del tempo prima che quella storia cambi in modo decisivo.
“La casa dell’attesa è una strategia, un progetto, un sistema di piccole abitazioni, un mini villaggio che ricorda quelli autoctoni – ha raccontato Fabio Geda – e sorge a ridosso di un ospedale con pochi mezzi, ma con tante persone qualificate, angolane e straniere. Qui le donne vengono ad affrontare gli ultimi mesi di gravidanza, quelli più critici, almeno da queste parti in cui c’è una mortalità alla nascita ancora altissima. Il primo anno, La casa accoglieva sette donne. Oggi sono oltre settanta”.
“La casa de espera”, com’è il suo nome nella lingua degli ex colonizzatori, è un sogno lucido: Fabio Geda lo ha condiviso con i tanti lettori della libreria, alla sua maniera, da grande autore e persona, qual è.
La casa dell’attesa è un libro di speranza e di bellezza, dove si racconta di un corpo a corpo tra medici e pazienti in un contesto arcaico molto rurale nella savana arboricola.
Lo scrittore ha anche spiegato il lavoro delle Brigate mobili, che fanno gli screen sulla malnutrizione, che è una catena infinita che piccona alle fondamenta le popolazioni africane.
“Se sei un bambino nato da madre malnutrita, che mangia pochissima frutta e pochissime proteine, ebbene il bimbo denutrito di una mamma denutrita quanto crescerà avrà problemi a livello cognitivo, saranno bambini poco scolarizzati.
Son bambini che è già tanto sanno leggere, scrivere un po’, qualcuno parla qualche parola in portoghese. Se due o tre di quei bambini decidono di cercare la fortuna e di andare a Luanda non potranno che imbattersi in tanti problemi. Negli slums paradossalmente lì la malnutrizione si trasforma in obesità e diabete”.
La casa dell’attesa è una strategia che il Cuamm usa, una invenzione degli ultimi anni, per affrontare le morti perinatali. Lo scorso anno sono morte 280mila donne.
Qual è il motivo per cui muoiono di parto nell’ultimo miglio della gestazione? Il motivo risiede nella distanza delle comunità dagli ospedali. È tutta savana e chi ha una emorragia rischia.
La casa dell’attesa è una intuizione. “Non possiamo spostare un ospedale in ogni comunità. Possiamo convincere le donne a stare nella casa dell’attesa. Waiting Housing”. Si tratta di un villaggetto in cui le donne sono invitate a stare nell’ultimo mese di gravidanza, sebbene non sia semplice in un paese profondamente patriarcale far trasferire le donne. La casa dell’attesa ha diminuito le morti del 52%.
“È una strategia straordinaria, Danilo Dolci diceva prima di fare bisogna stare. Mi piace questo modello di cooperazione allo sviluppo perché parte dal condividere, prima si capisce cosa serve e poi si cerca di intervenire per costruire progetti che non crollino.
Il Cuamm non ha ospedali suoi, interviene solo in ospedali governativi o diocesani. La letteratura non cura, ma si prende cura il mio compito era prendermi cura di una esperienza”.









