Roberto De Zerbi torna a parlare di sé, del suo calcio e del significato profondo che questo sport ha avuto nella sua vita. In un’intervista al Corriere della Sera, l’attuale allenatore del Marsiglia, 46 anni, ha condiviso un racconto intimo e personale, che intreccia la sua carriera, i valori che lo guidano e l’eredità di un percorso iniziato da ragazzo tra sacrifici e riscatto.
“Il calcio è riscatto sociale”
“Per me il calcio è riscatto sociale”, dice De Zerbi. Una frase che nel documentario dedicato al suo Marsiglia è diventata simbolo della sua visione. “C’è stato un momento preciso della mia vita in cui ho cominciato a giocare per sistemare la mia famiglia – spiega –. Eravamo in difficoltà economiche, costretti a vendere la fabbrica di tappetini. Il giorno dopo aver firmato il primo contratto con il Milan, andai in banca a firmare il mutuo per comprare casa ai miei genitori. Il calcio non è mai stato solo divertimento”.
Un percorso di crescita che lo ha segnato anche emotivamente. “Quella motivazione è stata un motore, ma anche un freno. Quando ho raggiunto l’obiettivo, ho avuto un calo. Ma il modo di vedere il lavoro, come impegno e responsabilità, mi è rimasto dentro”.
Da Foggia a Marsiglia: la stessa passione
Nel raccontare la sua esperienza in Francia, De Zerbi ha paragonato il clima di Marsiglia a quello di Foggia, città dove dieci anni fa cominciò la sua ascesa da allenatore. “Marsiglia è come Foggia: il modo di vivere il calcio è lo stesso. Qui tutto si ferma per novanta minuti, le differenze sociali spariscono. È il posto ideale per me”.
Un legame profondo con la Capitanata, dove il tecnico bresciano ha lasciato un segno indelebile grazie al suo gioco coraggioso e alla capacità di far innamorare i tifosi. “Non so se sono l’allenatore ideale per loro – ha detto – ma questo modo viscerale di intendere il calcio mi appartiene”.
“I giovani vanno aspettati”
De Zerbi ha poi rivolto un pensiero al calcio italiano e ai suoi talenti. “Solo in Italia la sconfitta nei settori giovanili è vissuta come una tragedia. I giovani vanno aspettati: spesso maturano tardi, ma hanno una sensibilità speciale. L’allenatore deve capirli, aiutarli e saperli aspettare”.
Un approccio umano, oltre che tecnico. “Io non voglio fare il professore di morale, ma trasmettere quello che sono come uomo prima ancora che come allenatore. Con i miei giocatori cerco un rapporto fatto di stima, rispetto e affetto. È un mix esplosivo”.
“Un grande allenatore deve essere altruista”
Nel suo racconto, De Zerbi ha riflettuto anche sul ruolo dell’allenatore moderno: “Si dà troppo peso ai tecnici, ma quando le cose vanno male non può essere solo colpa loro. Il direttore sportivo e il presidente contano più dell’allenatore. Un grande tecnico deve essere altruista, generoso, capace di tirare fuori il meglio dai giocatori”.
E sul futuro ammette: “Allenare mi piace tanto, ma è un lavoro pesante. Non so quanto ancora potrò farlo. Klopp ha ragione quando dice che serve equilibrio per non farsi travolgere. Io nel calcio non devo starci per forza, ma voglio starci a modo mio”.
“Mi sento figlio del Milan vero”
Ripensando agli anni da calciatore, De Zerbi ha ricordato la formazione nel settore giovanile del Milan. “A Milanello ho imparato l’etica del lavoro e il rispetto per il gruppo. Mi sento figlio del Milan vero, quello di Maldini, Baresi e Tassotti”.
E sul suo percorso, spesso al centro di discussioni e contrasti, conclude con lucidità: “C’è chi mi ama e chi mi odia. Non sono fatto per piacere a tutti. Ma ho sempre saputo come volevo che giocassero le mie squadre. Il calcio cambia, ma certi valori restano immutabili”.











