Si avvia alla conclusione, dopo sei anni di dibattimento, il processo davanti al Tribunale di Foggia a carico di Giovanni Putignano, 47 anni, di Torremaggiore, imputato di concorso in estorsione e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dell’imprenditore Lazzaro D’Auria, 59 anni, originario della Campania ma da anni attivo nel Foggiano, simbolo della lotta al racket in Capitanata.
Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Bruna Manganelli, ha chiesto la condanna a sette anni di reclusione, sostenendo che D’Auria abbia riconosciuto Putignano sia in fotografia che in aula, indicandolo come uno dei componenti del clan mafioso foggiano Moretti-Pellegrino-Lanza che, tra il 2015 e il 2017, avrebbe preteso 200mila euro di pizzo e l’assunzione di un dipendente nelle aziende agricole dell’imprenditore.
Le richieste della Dda e la linea difensiva
Secondo la ricostruzione accusatoria, l’imprenditore venne sottoposto per due anni a pressioni, minacce e intimidazioni da parte di un gruppo di esponenti della Società foggiana e del clan sanseverese La Piccirella, alleato storico dei Moretti, che gli imposero di non acquistare terreni nella zona dell’Incoronata e poi di pagare somme ingenti per poter continuare la propria attività.
Putignano avrebbe partecipato a un incontro minaccioso avvenuto nel luglio 2017 in una campagna di Apricena, durante il quale fu ribadita la richiesta di denaro. In quella circostanza – secondo D’Auria – l’imputato gli avrebbe detto: “Ricordati che io ti conosco bene”.
La difesa ha chiesto invece l’assoluzione, contestando tempi e modalità del riconoscimento, giudicati “incerti e contraddittori”. I legali hanno ricordato che D’Auria avrebbe fornito versioni differenti tra l’udienza e le indagini, e che in più occasioni – nell’ottobre e nel novembre 2017 – non riconobbe Putignano nelle foto mostrate dai carabinieri. Il riconoscimento avvenne solo il 5 aprile 2018, diversi mesi dopo i fatti.
Il racconto di D’Auria e le minacce dei clan
Durante la testimonianza resa il 1° luglio 2021, Lazzaro D’Auria ha ripercorso in aula il proprio calvario, iniziato nel 2015: “Mi dissero di non acquistare i terreni del Comune di Foggia all’Incoronata. Poi arrivò la richiesta: 200mila euro, poi 200mila all’anno. Io cercai di offrire 20 o 30mila euro, ma mi risposero che qui comanda la Società foggiana e che tante persone erano già scomparse”.
Secondo la Dda, Putignano era parte di quel gruppo composto da una decina di uomini che accompagnava i boss Rocco Moretti detto “il porco” e Giuseppe La Piccirella alias “il professore” o “il ragioniere”. Entrambi sono stati condannati in via definitiva rispettivamente a 4 anni e 8 mesi e 3 anni e 6 mesi nel procedimento abbreviato celebrato a Bari.
Il nodo del riconoscimento e la lunga attesa della sentenza
Il nodo centrale resta quello del riconoscimento visivo. Il pm Manganelli ha ribadito che D’Auria identificò Putignano già durante le indagini e poi nuovamente in aula, nell’udienza del 21 luglio 2021. Ma la difesa ha fatto notare che l’imprenditore, in una prima fase, disse di averlo riconosciuto grazie a una foto pubblicata con mascherina sul web il 12 agosto 2017, poi in un’altra immagine senza mascherina vista a novembre dello stesso anno. Tuttavia – hanno sottolineato gli avvocati – è stato accertato che le foto pubblicate furono sempre coperte e che solo nel 2018 l’imprenditore fece un riconoscimento formale davanti ai carabinieri.
Dopo l’ultima udienza, in cui la corte ha nuovamente ascoltato D’Auria per chiarire le incongruenze, il processo è giunto alle battute finali. La sentenza di primo grado è attesa nelle prossime settimane, dopo sei anni di un procedimento complesso che ha già visto otto imputati, di cui cinque condannati, uno assolto e uno prosciolto.










