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Home - Mafia, omicidio Omar Trotta: in aula emergono ombre e contraddizioni sul presunto killer

Mafia, omicidio Omar Trotta: in aula emergono ombre e contraddizioni sul presunto killer

L’investigatore ascoltato a Foggia ricostruisce i legami tra clan e il movente dell’agguato. La difesa di Bonsanto contesta intercettazioni, armi e descrizioni fisiche

Di Francesco Pesante
3 Ottobre 2025
in Cronaca, Gargano
Bonsanto e Troiano; sotto, Trotta

Bonsanto e Troiano; sotto, Trotta

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Nuova tappa del processo sull’omicidio di Omar Trotta, il giovane ucciso nella sua bruschetteria di Vieste il 26 luglio 2017. Imputati il sanseverese Angelo Bonsanto, 36 anni, presunto killer e Gianluigi Troiano, 34 anni, basista dell’attentato e reo confesso.

Oggi in aula a Foggia uno degli investigatori che si occupò del caso. Incalzato dal pm della DDA di Bari, Ettore Cardinali, il teste ha ricordato i collegamenti tra clan e le motivazioni dietro la morte di Trotta. Stando a quanto emerso, il ristoratore sarebbe stato ammazzato per vendicare l’omicidio di Gianpiero Vescera, cognato del boss Marco Raduano detto “Pallone”, oggi collaboratore di giustizia. Trotta sarebbe stato indicato dal clan Raduano tra i bersagli da colpire poiché ritenuto uno degli autori dell’agguato a Vescera dell’anno prima.

Il teste ha poi indicato Bonsanto tra i membri del clan Moretti di Foggia, con collegamenti a Torremaggiore, feudo di altri “morettiani”.

Si è parlato di fattezze fisiche del killer in base alle testimonianze raccolte all’epoca. Informazioni poi riscontrate attraverso il racconto dei pentiti.

Bonsanto sarebbe noto negli ambienti per il consueto uso di una pistola calibro 38, la stessa utilizzata a Vieste. L’investigatore ha aggiunto che nei giorni dell’attentato il telefono di Bonsanto, già monitorato dagli inquirenti, risultava spento e irraggiungibile. Stesso discorso anche per una seconda utenza riconducibile sempre all’imputato. Bonsanto, secondo alcune conversazioni intercettate, avrebbe confidato ad un conoscente che si sarebbe spostato da Lesina a Vieste proprio in quei giorni.

Durante il controesame dell’avvocato Luigi Marinelli, legale di Bonsanto, non sono mancate alcune contraddizioni. È stata infatti acquisita una conversazione che dimostrerebbe la presenza di un terzo telefono di Bonsanto, funzionante proprio nelle ore in cui sarebbe stato a Vieste.

Dubbi anche sull’indicazione delle fattezze fisiche. Alcuni testimoni lo hanno definito possente, una sorta di “big jim” di uno e novanta, ma in realtà Bonsanto è alto 1,76 e ha una corporatura normale. Il killer agì in compagnia di un altro sicario ma su quest’ultimo non ci sarebbero stati particolari riscontri e, ad oggi, resta ignoto.

Contestazioni sulle armi: sul luogo dell’omicidio vennero ritrovati bossoli di calibri diversi. Fu solo Bonsanto a sparare? Per gli investigatori l’uomo potrebbe aver utilizzato due armi contemporaneamente anche nel tentativo di colpire un altro rivale, il montanaro Tommaso Tomaiuolo che era con Trotta nel locale al momento dell’azione di fuoco. Tomaiuolo rimase ferito ma riuscì a fuggire. Il legale ha infine contestato i legami tra il suo assistito e i Moretti. Il 36enne non è mai stato arrestato con membri del gruppo mafioso foggiano. Si tornerà in aula già a metà ottobre.

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Tags: Angelo Bonsantoclan Moretticlan RaduanoEttore CardinaliGianluigi TroianoGianpiero VesceralesinaLuigi MarinelliMafia garganicaMarco RaduanoOmar Trottaprocesso foggiaTommaso TomaiuoloTorremaggioreVieste
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