La maxi operazione “Mari e Monti”, che ha portato davanti ai giudici 50 imputati legati al clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, continua a svelare i retroscena di un sistema criminale radicato tra il Gargano e la Capitanata. Dalle carte dell’inchiesta emergono intercettazioni, colloqui dal carcere e progetti illeciti che delineano le strategie del gruppo nel mantenere il controllo del territorio nonostante la detenzione dei boss.
Il ruolo di Pettinicchio e Miucci
In diverse conversazioni, Matteo Pettinicchio (oggi collaboratore di giustizia) e Enzo Miucci, boss reggente del clan, discutono dei loro affari e dei progetti futuri. Pettinicchio, parlando dal carcere, confida la speranza di tornare presto in libertà: “Ho già parlato tutto, compare, stanno da fare bei fatti se mi butto fuori”, lasciando intendere l’avvio di nuovi traffici.
Miucci gli chiede notizie di un “amico che vendeva detersivi” con l’idea di aprire punti vendita a Palermo. Pettinicchio conferma che l’uomo è facoltoso e proprietario di diversi pescherecci, e che da lì potrebbero nascere molti “impicci”.
I due ipotizzano anche di aprire un’agenzia di pompe funebri a San Giovanni Rotondo, sfruttando l’alta redditività del settore grazie alla presenza dell’ospedale.
Estorsioni e minacce
Pettinicchio non nasconde intenti intimidatori. In un passaggio intercettato annuncia che, una volta libero, farà “tremare” coloro che li avrebbero presi in giro: “Poi gliela faccio proprio da malavita l’estorsione”. Un segnale della volontà di riaffermare con la violenza il potere del clan.
Le alleanze criminali
Dall’inchiesta emerge anche un quadro di alleanze tra clan foggiani e garganici. L’uscita dal carcere di Miucci, coadiuvato esternamente dal cognato Lorenzo Scarabino, avrebbe rafforzato il controllo di Patrizio Villani (anche lui oggi pentito) sulla piazza di San Marco in Lamis, supportando il figlio.
Le indagini evidenziano rapporti tra Miucci e Ciro Francavilla, ex uomo di vertice della batteria foggiana Sinesi-Francavilla, adesso collaboratore di giustizia che dal carcere riusciva a comunicare con l’esterno attraverso il nipote acquisito Ciro Caione, diventato il suo ambasciatore. L’asse Miucci-Francavilla è considerato un segnale della volontà di costruire attività criminali comuni per dominare intere zone del territorio.
Le confidenze alla madre e l’ombra di un omicidio
Il 24 novembre 2019, in un colloquio con la madre, Pettinicchio parla dell’inchiesta “Friends” e menziona l’omicidio del rivale Pasquale Ricucci “Fic secc”, ammazzato l’11 novembre precedente, sostenendo che in quell’occasione sarebbe emerso anche il suo nome. Rivela inoltre l’intenzione, condivisa con Miucci, di lasciare Monte Sant’Angelo per trasferirsi al Nord Italia. La madre, pur appoggiando il progetto, lo rimprovera per aver coinvolto negli affari illeciti persino il figlio minorenne di Miucci, Antonio. Quest’ultimo sarebbe oggi, secondo l’accusa, uno degli elementi di punta dell’organizzazione, pienamente sulla scia del padre. Pettinicchio, come detto, ha preferito pentirsi anche per rispettare la promessa fatta alla madre in punto di morte, ovvero di chiudere i conti con la carriera criminale.
Un clan che resiste dietro le sbarre
Le intercettazioni e i dialoghi captati testimoniano come, nonostante le detenzioni, il clan Li Bergolis-Miucci fosse in grado di mantenere contatti, stringere alleanze e pianificare affari. Un’organizzazione che, seppur indebolita, continuava a trovare nuove strade per sopravvivere e condizionare la vita sociale ed economica della Capitanata.












