“Pur essendo sinceramente onorato da una simile ipotesi – che considero un segno di grande stima e fiducia – desidero precisare che non vi è, da parte mia, alcuna disponibilità”. Con queste parole il prefetto di Napoli Michele Di Bari ha spento sul nascere le voci su una sua possibile candidatura alla presidenza della Giunta regionale della Puglia.
Le indiscrezioni, circolate nei giorni scorsi e riportate dalla stampa, erano nate dopo che il ministro Matteo Salvini aveva rilanciato l’idea di un “civico” come carta del centrodestra per la sfida pugliese. In quel contesto, qualcuno aveva cominciato a fare il nome di Di Bari, uomo dello Stato di lungo corso, originario di Mattinata e con esperienze a Foggia, Modena, Vibo Valentia, Reggio Calabria e Venezia.
Il curriculum e il rapporto con Salvini
Di Bari, oggi a capo della prefettura di Napoli, in passato è stato responsabile del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione al Viminale. Un incarico ricoperto proprio durante il primo governo Conte, quando al ministero dell’Interno sedeva Salvini. Da lì il legame con il leader leghista, che ora lo avrebbe visto bene come figura di garanzia e competenza per una candidatura in Puglia.
Il prefetto ha però sottolineato come la sua carriera “si sia sviluppata da molto tempo lontano dalla Puglia”, ribadendo di voler continuare a svolgere il suo ruolo nelle istituzioni senza entrare nella competizione politica.

Le dimissioni da Viminale e Casa Sollievo e le accuse di Lucano
Il nome di Di Bari resta comunque legato a vicende controverse del passato che potrebbero rendere inopportuna politicamente una sua eventuale candidatura: nel 2021 lasciò il Viminale e si dimise anche dal consiglio di amministrazione di Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo, l’ospedale fondato da Padre Pio, dopo l’inchiesta che travolse la moglie con accuse legate al caporalato. Una decisione che fece rumore, considerato il ruolo ministeriale del marito proprio nel settore immigrazione.
Mimmo Lucano, storico sindaco di Riace quando Di Bari era prefetto a Reggio lo attaccò duramente. In una intervista pubblicata in quei giorni da “Il Manifesto” dal titolo: “Lucano: Di Bari ha distrutto Riace”, l’attuale eurodeputato fu durissimo: “Umanamente mi dispiace per la moglie – disse -, le mie critiche sono state sempre di natura politica e le sue dimissioni la dimostrazione che la luce si fa strada da sola”.
E dichiarò ancora: “Troppi misteri si sono annidati nella prefettura di Reggio quando a guidarla era Di Bari. Prima che lui arrivasse, Riace aveva avuto sempre rapporti molto stretti con la prefettura perché era sempre disponibile ad accogliere a tutte le ore i migranti. Un filo diretto tra istituzione e seconda accoglienza che funzionava. Poi, con il cambio al vertice, tutto è iniziato a mutare. La prefettura è diventato luogo ostile, era impossibile comunicare con i funzionari. In quel tempo la notorietà acquisita da Riace era alta e aveva attirato l’attenzione mondiale. Sono iniziate le ispezioni della Guardia di Finanza, dei funzionari prefettizi. Quattro relazioni in poco tempo, due a favore e due contrarie. Una di queste, quella più favorevole dove si descrive il modello di accoglienza di Riace, così come lo raccontava il mondo intero, è sparita. Abbiamo aspettato un anno con incessanti richieste formali dei miei legali prima di poterla leggere per intero. Un giorno mi presentai con padre Zanotelli in prefettura e Di Bari si rifiutò di incontrarci. Mentre fu molto solerte e puntuale nel firmare l’autorizzazione a una manifestazione neofascista a Riace. Portarono le bandiere nere fin sotto al Comune. Una vergogna”.
Su Salvini: “È capace di tutto, anche di smentire se stesso. Ma se è stato lui a nominare Di Bari capo dipartimento del Viminale, cosa vuole ancora? Era stato lo stesso prefetto a firmare l’ordine di demolizione della baraccopoli di San Ferdinando. Quando Salvini si presentò con le ruspe c’era al suo fianco proprio Di Bari. È uno scandalo che Di Bari sia stato confermato al vertice del dipartimento Immigrazione anche dai governi Conte e Draghi. Le piaghe del caporalato, del neoschiavismo, delle baraccopoli come Rosarno e Foggia sono i frutti marci di una politica delle migrazioni fallimentare. Io continuo a girare per l’Italia per raccontare Riace. Per parlare degli sfruttati, rievocare Becky Moses, Soumaila Sacko e gli altri martiri della Piana. Perché, malgrado la procura di Locri, il prefetto Di Bari e gli altri personaggi che l’hanno affossata, Riace è per sempre”.
Ora il profilo di Di Bari ritorna al centro del dibattito politico regionale, seppur per poche ore. Il prefetto stesso ha voluto troncare le speculazioni, chiarendo che non ci sarà alcuna candidatura: “Continuo comunque a guardare con affetto, rispetto e riconoscenza alla meravigliosa Puglia”.












