Si sveglia prima dell’alba, quando il cielo è ancora buio. Sistema lo zainetto, esce di casa e raggiunge il magazzino. Sono le 5.40 del mattino e Serena, nome di fantasia, ha già iniziato una giornata di lavoro che durerà oltre tredici ore. Un lavoro faticoso, spietato, fisico e mentale. Serena è una delle tante operaie che lavorano nel confezionamento dell’uva a Rutigliano, nel barese, un crocevia della filiera ortofrutticola pugliese che ogni estate e autunno si riempie di manodopera precaria e spesso invisibile.
Il suo racconto, pubblicato da Repubblica Bari, apre uno squarcio su un mondo fatto di fatica, orari infiniti, pause ridotte all’osso e salari minimi. “Lavoriamo anche 13 ore di fila”, racconta. “Torni a casa distrutta, ti fai una doccia e vai a letto. Il giorno dopo ricomincia tutto. È massacrante”.
Un ritmo estenuante e pochi diritti
Serena lavora in piedi, dietro un banchetto, a selezionare i grappoli d’uva. Rimuove gli acini più piccoli, quelli “brutti”, come li definisce, e lascia solo quelli “buoni” da mettere nei contenitori. Tre ore e mezza di fila, poi una pausa di 15 minuti. Altre tre ore e mezza – talvolta quattro – e di nuovo in piedi per continuare il lavoro. Le pause, previste per legge ogni tre ore e mezza, sono più brevi di quanto dovrebbero. “Appena il tempo di correre fuori con lo zainetto per la colazione, o per il pranzo”, racconta. “Poi si riparte, senza sapere quando si staccherà”.
Nel magazzino, riferisce, qualcuno prova a protestare. “Quando ci fermiamo?”, chiedono alcune lavoratrici. Ma la responsabile taglia corto: “Forza ragazze, veloci, come stamattina”. E la mattina è ormai lontana. Serena resta. Perché deve. Per la famiglia, per l’affitto da pagare. “Lavoriamo come animali”, confessa. “Alcune colleghe usano antidolorifici, creme, compresse. Ma si va avanti, perché le esigenze sono tante”.
Sfruttamento silenzioso e paura di parlare
Nei magazzini del Sud-Est barese lavorano centinaia di persone: molte donne italiane, come Serena, e tanti uomini stranieri, soprattutto pachistani. Tutti accomunati dallo stesso silenzio, dallo stesso timore di perdere il lavoro. “Chi racconta lo fa solo sotto anonimato”, scrive Repubblica Bari. Denunciare significa rischiare di non essere più richiamati, e quindi restare senza reddito. “Anche noi abbiamo una vita”, dice Serena. “Ma in questo periodo, in realtà, non abbiamo una vita”.
I mesi estivi e autunnali sono i più duri. A settembre, ottobre e novembre si lavora a ritmi forsennati. Contratti da sette euro all’ora, giornate lavorative che spesso superano le undici ore, con pochi minuti per mangiare e riposarsi. “Ci fanno lavorare anche quattro ore e mezza senza pause. Serve tempo per recuperare, per riposare le gambe, la testa, i pensieri”, racconta. “Ma non c’è. Ci fanno correre sempre”.
Una realtà diffusa, ma poco controllata
Secondo Azmi Jarjawi, del dipartimento immigrazione e integrazione della Cgil Puglia, quella denunciata da Serena non è un’eccezione. “Nel Sud-Est barese situazioni come queste sono molto diffuse”, spiega. “Si lavora fino a 14 ore al giorno, senza un’ora di straordinario retribuita. I contratti sono spesso irregolari, part-time fittizi per lavori a tempo pieno, e molte aziende si fermano prima delle 179 giornate dichiarate per non trasformare i rapporti in contratti a tempo indeterminato”.
Una strategia, quella delle false giornate, che serve a non vincolare le imprese e a permettere comunque ai lavoratori di accedere alla disoccupazione agricola. Ma dietro c’è un vero e proprio “ricatto occupazionale”, come lo definisce Azmi. “Chi denuncia rischia di non lavorare più. Vale nei magazzini come nella ristorazione o nel turismo. E i controlli? Troppo pochi. Il lavoro nero esiste, ma quello grigio è ancora più pervasivo e difficile da individuare”.
Intanto, come racconta Serena, la giornata inizia all’alba e finisce a sera inoltrata. Con le gambe pesanti, il corpo indolenzito, e una nuova sveglia pronta a suonare poche ore dopo.











