È un Michele Emiliano ispirato, quello andato in scena a Monopoli per l’inaugurazione del nuovo ospedale al confine tra le province di Bari e Brindisi. Ma dietro il fiume di parole, le immagini allegoriche e i toni da maestro d’orchestra, c’è un unico spartito: parlare, senza mai nominarlo, del suo ex delfino Antonio Decaro, oggi suo potenziale successore ma sempre più distante politicamente. Un’assenza rumorosa, colmata da una raffica di riferimenti indiretti e affondi calibrati, come ricostruisce Repubblica Bari.
“Questi vent’anni cominciarono con i veti a sinistra”
L’occasione è solenne, la platea composta da amministratori, dirigenti sanitari, medici. Eppure Emiliano non rinuncia al suo stile teatrale. Nota la presenza defilata di Tommaso Fiore, ex assessore regionale alla Sanità, e coglie lo spunto per evocare i primi tempi della sua ascesa: “Questi venti anni sono cominciati con quelle parole che a sinistra erano diffuse, ci ste cudd non g venghe jì”, ovvero “se c’è quello, io non vengo”. Una frase che suona oggi come un’amara ironia su quanto sta accadendo nel campo progressista pugliese.
Il riferimento al “non detto” che aleggia da settimane è evidente. Dal 15 giugno, quando da Lecce Decaro ha invocato la necessità di “correre senza tutori”, lo stallo regna sovrano: Emiliano non annuncia il passo indietro, Decaro non scende ufficialmente in campo. Le truppe decariane, tuttavia, hanno ricominciato a muoversi dopo la recente bocciatura della Corte di Cassazione della norma antisindaci, che di fatto libera la candidatura. Tra i più attivi, Francesco Zaccaria, sindaco di Fasano, e Stefano Minerva, sindaco di Gallipoli.
Le allusioni a Decaro e la condanna dell’“icona social”
Il governatore, che di dichiarazioni dirette non ne fa, affila però il linguaggio. “È vero che oggi la politica va avanti per icone social”, dice in un passaggio non sollecitato. E ancora: “È diffusa l’abitudine di assumere prima i ruoli e poi fare i progetti. Di dire prima cosa faccio io e poi cosa facciamo noi”. L’affondo si fa più esplicito quando ammonisce: “È questo che non dovete perdere. Parlo mo’ della fase del lascito. Non dovete ricominciare a pensare, come si pensava prima di questi vent’anni, che qualcuno, un uomo solo al comando, fosse in grado di sostituirvi. Perché voi non siete sostituibili. I pugliesi non sono sostituibili!”. La platea applaude convinta, anche perché siamo pur sempre a Monopoli, dove il centrosinistra emilianista governa con la destra.
Il passaggio contro i magistrati e il “doveroso silenzio”
In un clima quasi plebiscitario, Emiliano non risparmia neppure i magistrati della Procura di Lecce, responsabili – a suo dire – dell’inchiesta che ha portato alle dimissioni dell’assessore Alessandro Delli Noci. “Anche la nostra capacità di non dar retta alle inchieste giudiziarie… quante volte mi sono letto le carte e ho detto ‘ma questi non vanno da nessuna parte’? Come si è verificato perfino nella famosa indagine di Lecce: il Tribunale del Riesame ha smontato completamente l’ipotesi accusatoria. Ma io ho perso un assessore, il Consiglio regionale un consigliere. Eppure: zitti e cammina, perché siamo ubbidienti”.
Ma subito dopo rientra nei ranghi, ricordando che “è più importante la magistratura del singolo errore giudiziario. Anche quando subiamo in maniera ingiusta, bisogna rivendicare il miglioramento”.
L’appello finale: “Gioco di squadra e senso del limite”
In chiusura, il tono si fa solenne, quasi confessionale. “Non dovete perdere l’autostima, ma non deve diventare arroganza. Mi avete mai visto arrogante? L’arroganza, dice il Vangelo, distrugge tutto ciò che di buono è stato fatto, anche da altri. Serve umiltà, senso del limite, e un gioco di squadra”. Una frase che lascia intuire chi sia il bersaglio reale, anche se il nome non viene mai pronunciato.
Ma il finale è per sé stesso e per il suo pubblico: “Io vi ho guidato per tanti anni. E voi siete unici”.












