Il Governo nazionale, attraverso dichiarazioni e note stampa dei suoi rappresentanti continia a ribadire che i piccoli comuni non moriranno, anzi. Ma l’ultima versione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI), approvato dal governo e scaricabile sul sito del Dipartimento per le Politiche di Coesione, afferma il contrario. Sul tema raccogliamo un duro intervento di Lino Rigillo, consigliere comunale di Monteleone e delegato alla Sanità di Area Interna Monti Dauni.
“Il nuovo Piano – afferma Rigillo – rappresenta un passaggio istituzionale tanto silenzioso quanto dirompente per il destino di centinaia di piccoli comuni italiani. A pagina 45 del documento, nell’Obiettivo 4, si legge che un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa e non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza. A queste comunità – che per collocazione geografica, condizioni economiche e indice di invecchiamento sono considerate prive di ‘prospettive’ – non viene prospettato un futuro di rinascita, ma un percorso di ‘declino cronico’ da accompagnare e rendere dignitoso”.
La conclusione appare chiara, quasi clinica: per molti piccoli comuni italiani – in particolare del Mezzogiorno – si ritiene non valga più la pena investire in strategie di rilancio. L’assistenza diventa quella di un hospice per territori considerati terminali.
“Come amministratore di uno di questi comuni, non posso che esprimere sconcerto e amarezza. La scelta di non tentare nemmeno un’inversione di tendenza equivale, in termini politici, a una dichiarazione di resa, se non addirittura a una forma di eutanasia istituzionale.
Eppure, proprio questi territori – i cosiddetti ‘minori’, ‘fragili’, ‘marginali’ – custodiscono risorse inestimabili: parliamo di borghi dalla storia millenaria, di tradizioni culturali vive, di cattedrali, castelli, boschi, sorgenti naturali, percorsi enogastronomici e cicloturistici, di paesaggi incontaminati e silenzi rigeneranti, che oggi – più che mai – potrebbero offrire una risposta concreta a fenomeni globali come il cambiamento climatico, la crisi della sanità mentale e il sovraffollamento delle aree urbane. Questi territori non sono solo ‘luoghi da accompagnare alla fine’, ma possono e devono essere visti come ‘laboratori di rinascita’”.
E ancora: “Sono convinto, ad esempio, che i comuni delle aree interne potrebbero diventare delle vere e proprie ‘cliniche naturali anti-stress’, ideali per chi vuole prendersi una pausa dalla frenesia delle grandi città. Lontani dal traffico, dall’inquinamento e dal rumore, offrono ciò che oggi manca sempre più: tempo, spazio, equilibrio. Non solo: in molti di questi piccoli centri è disponibile la fibra ottica, una risorsa fondamentale che consente di lavorare da remoto, promuovendo un nuovo modello di vita fondato sul benessere personale, il contatto con la natura e la possibilità di conciliare lavoro e qualità della vita. Abbandonare queste comunità al loro destino, decidendo a tavolino che ‘non vale la pena salvarle’, non è solo una scelta politica, ma anche una rinuncia culturale e sociale.
Serve, invece, una visione coraggiosa, che riconosca nel presidio umano dei territori una risorsa strategica per il Paese. Serve una politica che non accompagni al tramonto, ma renda possibile una nuova alba, fondata sull’innovazione, la bellezza e la sostenibilità. I piccoli comuni – conclude Rigillo – non chiedono elemosine, ma pari dignità e una possibilità concreta di riscatto. Ecco perché rigettiamo l’idea che l’unica prospettiva sia quella del ‘declino assistito’: le Aree Interne non devono morire in silenzio. Devono poter scegliere di rinascere”.












