Per anni è stato uno degli artefici del “sistema” che regolava lo spaccio di cocaina a Foggia sotto l’egida della “Società”. Ora è passato dall’altra parte della barricata. Il 47enne Giuseppe “Capellone” Francavilla, ex boss del clan omonimo federato ai Sinesi, ha testimoniato in videocollegamento da una località protetta nel processo “Game Over” in corso davanti al Tribunale di Foggia. La sua è una delle voci chiave dell’accusa, sostenuta dalla pm della Dda Bruna Manganelli, contro i 19 imputati accusati di traffico di droga aggravato dal metodo mafioso.
Francavilla, collaboratore di giustizia da gennaio 2024, ha reso una deposizione breve: su accordo tra le parti, il contenuto dell’interrogatorio reso in procura lo stesso giorno della sua scelta di pentirsi è stato acquisito integralmente agli atti. Rispondendo ad alcune domande dei difensori, ha spiegato che il boss Rocco Moretti detto “Il porco” – tra i 19 sotto processo – non poteva non sapere del sistema, essendo figura di spicco nel panorama mafioso foggiano. Il primo accordo fu siglato con il figlio Pasquale, poi con Rocco una volta uscito dal carcere.
Il patto criminale e la nascita del “sistema”
Secondo quanto riferito da Francavilla, il sistema prese forma nel 2013, all’indomani della scarcerazione sua e di Pasquale Moretti. “Ci incontrammo per evitare guerre e concordare la gestione del territorio – ha detto –. Si creò così una società”. Dalla parte dei Francavilla c’erano, oltre a Giuseppe, anche il fratello Ciro (anch’egli pentito), Alessandro “Schiattamurt” Aprile, Francesco “U’ Sgarr” Pesante e Antonio “Lascia Lascia” Salvatore; sul fronte opposto i Moretti e la famiglia Lanza (facente capo al boss Vito Bruno “U’ Lepre”, non imputato in questo processo).
L’intesa prevedeva un canale unico per lo smercio della cocaina: tutti gli spacciatori dovevano rifornirsi esclusivamente dai clan, a 60 euro al grammo. Chi vendeva eroina doveva versare 6mila euro al mese come “tassa”. L’hashish e la marijuana restavano “liberi”. “Chi non accettava le nostre condizioni sapeva a cosa andava incontro – ha detto l’ex boss – ma in realtà nessuno si oppose”.
I promotori del patto investirono 10mila euro a testa per acquistare la droga, con i primi approvvigionamenti curati da Aprile e Leonardo Lanza a Cerignola. I soldi rientrarono subito, metà fu distribuita ai soci, l’altra parte finì in una cassa comune destinata agli stipendi degli affiliati, all’assistenza delle famiglie dei detenuti e al reinvestimento in stupefacenti.
Lo strappo del 2015 e le nuove guerre di mafia
Francavilla ha chiarito che il sistema si ruppe nel 2015, quando riprese la guerra tra le batterie Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla: numerosi fatti di sangue da settembre 2015 all’ottobre 2016. Da quel momento, secondo il pentito, ogni clan riprese il controllo autonomo dei propri gruppi di spaccio. Una versione che la difesa utilizza per sostenere che, nei fatti contestati tra il 2017 e il 2019, non si tratti più di associazione mafiosa ma di singoli episodi di spaccio.
Francavilla ha raccontato anche di un tentativo di riavvicinamento: “Nel 2017 Rodolfo Bruno, cassiere del clan Moretti poi ucciso in un agguato di mafia nel novembre 2018, mi propose di riunificare il sistema. Ma io rifiutai. Ci furono altri contatti, ma ognuno restò sulla propria strada”.
Francavilla, insieme al fratello Ciro, è stato già condannato a 5 anni e 4 mesi nel processo abbreviato “Game over” celebrato nel 2024 a Bari contro 58 imputati: una pena contenuta grazie alla collaborazione con la Giustizia, che ha evitato ai due una condanna ventennale. Il fratello Ciro sarà sentito nella prossima udienza fissata per il 24 giugno. Hanno già preso 20 anni di galera a testa in primo grado, sempre abbreviato (ora è in corso l’Appello), i presunti promotori del sodalizio Pesante, Aprile e Leonardo Lanza.










