Stamattina nove agenti della polizia municipale di Bari si sono presentati in sedi diverse rispetto a quelle in cui prestavano servizio fino a venerdì scorso. A comunicarlo una lettera stringata, firmata dal direttore generale del Comune Davide Pellegrino, notificata a ciascuno degli agenti a conclusione di una settimana calda per l’amministrazione cittadina. Come riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, il provvedimento è scattato a seguito delle conclusioni della commissione di accesso nominata dalla Prefettura dopo il blitz antimafia “Codice Interno”.
Il trasferimento è stato formalmente giustificato con “esigenze di servizio” e prevede che i nove agenti vengano impiegati in mansioni che non richiedono l’uso dell’arma, come il piantonamento degli ingressi degli uffici comunali. Una decisione che anticipa i provvedimenti attesi dalla Prefettura, che ha già sospeso una vigilessa e sta lavorando alla revoca del titolo di pubblica sicurezza – e quindi del porto d’armi – per gli altri nove agenti coinvolti.
Sospetti, non reati: le relazioni incrociate tra vigili e criminalità
Nel dettaglio, i nove agenti – tutti incensurati – sono finiti sotto la lente d’ingrandimento per presunte frequentazioni o legami familiari con esponenti o contesti riconducibili al clan Parisi-Palermiti di Japigia. Secondo la relazione della commissione d’accesso, gli accertamenti – che si basano in larga parte su dati dello Sdi (Sistema d’Indagine delle forze di polizia) – fanno riferimento anche a circostanze risalenti a oltre dieci anni fa e non costituiscono prova di reato.
Tra i casi citati dalla Gazzetta del Mezzogiorno, figura un agente che in passato è stato socio in un locale notturno con Giovanni Palermiti, poi finito sotto sequestro. Un altro agente è stato più volte fermato in compagnia di soggetti ritenuti controindicati per un tutore dell’ordine. Una collega, invece, ha convissuto a lungo con un uomo considerato vicino ai vertici del clan. In altri casi, i legami sospetti sono di tipo familiare, come parentele – anche acquisite – con pregiudicati.
Nessuna condanna, ma i funzionari della commissione sottolineano come queste situazioni “possano ostacolare il corretto svolgimento delle attività istituzionali” e compromettere l’efficacia dei controlli sul territorio.
Le contromosse del Comune e il lavoro della Prefettura
Il Comune, intanto, ha deciso di intervenire in autonomia, senza attendere i provvedimenti della Prefettura, richiamando ragioni di carattere organizzativo. Una mossa che potrebbe rendere più difficile l’eventuale impugnazione del trasferimento da parte degli agenti davanti al Tribunale del lavoro, come previsto dalle procedure.
Il prefetto Francesco Russo, nella relazione inviata il 18 febbraio al sindaco Vito Leccese, ha escluso i presupposti per lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, ma ha segnalato la necessità di interventi mirati. Accanto ai rilievi sulla polizia locale, sono emerse irregolarità anche in due società in-house, tra cui l’Amiu, dove sarebbero stati individuati episodi di “agevolazione occasionale” della criminalità organizzata, legati alla presenza in azienda di figure riconducibili al clan Diomede del quartiere Carrassi.
Anche in questo caso, l’amministrazione ha scelto la linea della prevenzione. In vista dell’applicazione dell’articolo 94 bis del Codice antimafia, che prevede un regime di “prevenzione collaborativa” con la nomina di tre tutor per dodici mesi, Amiu ha avviato una verifica interna e ha individuato una quarantina di dipendenti con precedenti penali. Per molti di loro si prospetta il licenziamento.
La vicenda conferma la volontà dell’amministrazione Leccese di affrontare con decisione le criticità emerse dall’inchiesta “Codice Interno”, puntando a ristabilire un clima di fiducia e legalità dentro e fuori il Palazzo di Città.












