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Home - Beni confiscati alle mafie, la fotografia del riutilizzo sociale in Puglia. Il report di Libera

Beni confiscati alle mafie, la fotografia del riutilizzo sociale in Puglia. Il report di Libera

Dossier evidenzia i numeri e le esperienze di chi ha trasformato luoghi di illegalità in risorse per la comunità. Ma restano criticità da risolvere

Di Redazione
6 Marzo 2025
in Cultura&Società, Puglia
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In occasione dell’anniversario della legge n. 109/96 sul riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie, Libera ha presentato il report “Raccontiamo il bene”. Un’analisi dettagliata delle esperienze di gestione dei beni sottratti alla criminalità organizzata, che restituisce un quadro chiaro delle realtà impegnate in questo processo e delle sfide ancora da affrontare.

Il quadro pugliese

In Puglia sono 129 i soggetti coinvolti nella gestione di beni confiscati, distribuiti in 45 comuni. Un dato in crescita rispetto al 2024, quando le realtà attive erano 123. Il 48% dei soggetti gestori sono associazioni, il 30% cooperative sociali, mentre il 5% appartiene al mondo ecclesiastico. Complessivamente, 75 enti operano in ambito welfare e sociale, 31 si occupano di promozione culturale e turismo sostenibile, 23 lavorano nel settore agricolo e ambientale, 6 nel mondo della produzione e del lavoro, 3 nello sport.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, in Puglia ci sono 1.532 immobili già destinati e 1.015 ancora in gestione e in attesa di assegnazione. Per quanto riguarda le aziende, 99 sono state destinate e 135 sono ancora in fase di gestione.

Gli spazi recuperati coprono diverse categorie: 68 appartamenti e abitazioni indipendenti, 33 terreni agricoli o edificabili, 32 ville e fabbricati su più livelli, 11 locali commerciali o industriali, 2 garage e complessi immobiliari. Dieci esperienze sono state intitolate a vittime innocenti delle mafie, in segno di memoria e riscatto.

Il fenomeno su scala nazionale

Il censimento di Libera evidenzia come in Italia siano 1.132 i soggetti della società civile attivamente impegnati nella gestione dei beni confiscati, tra cui oltre 600 associazioni e più di 30 scuole che utilizzano questi spazi come strumenti didattici. Una rete diffusa che ha saputo dare nuova vita a patrimoni criminali, trasformandoli in opportunità per i territori.

“La gestione sociale dei beni confiscati – afferma Tatiana Giannone, responsabile nazionale Beni Confiscati di Libera – ha dato vita a un grande impegno plurale, capace di rafforzare il tessuto sociale e creare un modello di riferimento anche a livello europeo. La strada percorsa in questi anni dimostra che il riuso sociale non è solo un’opzione, ma una necessità per il futuro”.

Le criticità e le richieste

Nonostante i progressi, restano ancora criticità da affrontare. Libera chiede innanzitutto maggiore trasparenza nella gestione dei beni confiscati, attraverso banche dati integrate e accessibili, per garantire il pieno controllo sul percorso di riutilizzo.

Un’altra questione cruciale riguarda la privatizzazione dei beni: “Chi propone la vendita o l’affitto oneroso di questi patrimoni – sottolinea Libera – riscrive la storia del nostro Paese, tradendo il senso della confisca come strumento centrale nella lotta alle mafie”.

Infine, viene ribadita la necessità di fondi strutturati per la valorizzazione dei beni, mettendo in dialogo risorse pubbliche e investimenti privati. Libera propone la creazione di una cabina di regia nazionale, in linea con le nuove direttive europee, per garantire che le risorse siano complementari e utilizzate in modo efficace.

Il riutilizzo sociale dei beni confiscati ha dimostrato di poter generare valore per i territori. Ma per consolidare e ampliare questa pratica, serve un impegno concreto da parte delle istituzioni, per evitare che il percorso intrapreso in questi anni subisca battute d’arresto.

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Tags: beni confiscati
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