Grande partecipazione in Sala Fedora a Foggia per il primo appuntamento di presentazione del Premio Letterario Nazionale “I fiori blu”, con i primi due libri in gara per la sesta edizione: “Benito. Storia di un italiano” di Giordano Bruno Guerri e “La bambina di Kabul” di Saliha Sultan. Entrambi gli autori, presentati dalla direttrice artistica Alessandra Benvenuto, hanno tenuto incollato il pubblico di lettori e lettrici.
Se per Sultan si tratta del suo primo libro, per lo storico e presidente del Vittoriale la biografia di Mussolini è una summa della sua cultura e della sua profonda erudizione storica sul Ventennio fascista. E non a caso erano molti gli storici in sala, a cominciare dall’accademico Saverio Russo fino all’ex parlamentare Angelo Rossi, studiosi di Antonio Gramsci.
Intervistata da Antonello Gigante, referente dei gruppi di lettura de “I fiori blu”, Saliha Sultan, che da 20 anni vive in Italia dopo aver accettato un matrimonio combinato con un connazionale emigrato e integrato a Modena, ha ripercorso i vari periodi di dominazione talebana in Afghanistan.
“In alcune famiglie, una donna, una volta sposata, non poteva più uscire di casa. In 20 anni di presenza americana, l’Afghanistan è cambiato, i giovani hanno studiato e hanno modificato la mentalità. Stanno lottando per liberare il Paese. Nascere dalla parte giusta del mondo è una grande fortuna e questa fortuna costa lontananza. Nel libro ho deciso di entrare nella mia storia: ho avuto una bellissima infanzia, ho giocato con gli aquiloni e ho visto tutta la bellezza dell’Afghanistan senza i talebani”, ha detto l’autrice in una presentazione molto toccante, annunciando di avere in mente un nuovo libro dedicato all’Afghanistan di oggi.
Il Mussolini di Guerri: una lettura della storia senza monumentalizzazione
Il libro di Giordano Bruno Guerri, che ha dialogato con il professor Daniele Stasi, è tutt’altro che una monumentalizzazione del Duce, nonostante il formato scelto per la pubblicazione.
Il volume è ricco di riferimenti storiografici, fotografie, aneddoti, racconti anche comici, e si propone di spiegare le ragioni del consenso al fascismo, che oggi appaiono inspiegabili.
“Mussolini continua ad affascinare una parte degli italiani: sia neofascisti che neoantifascisti. Né gli uni né gli altri lo conoscono bene, un po’ come accade nel tifo calcistico. È un vizio molto diffuso in politica. Mussolini ha privato gli italiani della libertà per 20 anni, voleva formare il ‘nuovo italiano’ e rovesciare un carattere nazionale che non gli piaceva. Lui era figlio di un fabbro e usava il termine ‘forgiare il nuovo italiano’. Solo dopo userà il verbo ‘plasmare’”, ha spiegato lo storico.
“Secondo lui, il popolo italiano doveva avere l’orgoglio di discendere dai Romani e doveva essere un popolo guerriero, ma noi non lo siamo. Lo sono i tedeschi. Mussolini voleva che il fascismo permeasse la fede degli italiani. ‘Credere, obbedire e combattere’. Inventa una religione politica, dove il Duce ha sempre ragione. Ma lui non amava gli italiani, né da socialista né da fascista. Era un anaffettivo. Si pensa che i grandi uomini politici ragionino sempre, ma vivono anche stati d’animo. Non amava neanche le donne che ha avuto. Ha amato molto Edda, ma non credo che abbia amato Clara Petacci o Margherita Sarfatti. Diceva che gli italiani erano un popolo col quale ci voleva ‘bastone, bastone, bastone’”.
Secondo Guerri, uno degli errori più grossolani del romanzo di Antonio Scurati “M” e della recente serie TV è quello di iniziare il racconto di Mussolini nel 1919, con la fondazione dei Fasci di Combattimento, senza esplorare la sua formazione e il contesto familiare.
“L’infanzia e l’adolescenza sono fondamentali per chiunque di noi. In ciascuno di noi c’è il bambino che siamo stati. Il padre di Mussolini era un fabbro, usava le mani, era un socialista rivoluzionario. Non era cosa da poco essere socialista e rivoluzionario alla fine dell’Ottocento. Beveva, e anche Mussolini beveva da giovane. La madre, Rosa Maltoni, era una maestra. Essere maestra all’epoca significava avere un ruolo importante nella comunità. Il padre non era religioso, la madre era credente. Mussolini si forma dentro un contrasto. Ha due fratelli: Arnaldo, che da grande farà da equilibratore e morirà nel 1931, ed Edwige, che non contava nulla. Cresce in campagna, in un paesino, vivendo abbastanza selvaggiamente, usando il coltello all’occorrenza. Ecco perché Mussolini era sorpreso di essere arrivato a diventare una sorta di ‘Dio’ con il fascismo”.
La marcia su Roma e la guerra: l’errore fatale
Nel 1922, secondo Guerri, Mussolini si giocò tutto con la Marcia su Roma. “Erano quattro scalcagnati, ma li lasciarono fare. Dall’essere direttore di un giornale di successo arrivò a Roma e poté fare quello che voleva. Non era pronto e con gli anni si gonfia fino a diventare una guida militare. Vuole fare pure Napoleone”.
Secondo lo storico, Mussolini cadde nell’errore dei grandi capi, ossia voler realizzare il proprio sogno forzando i popoli a seguirlo.
“Vi è incappato Napoleone, Cesare. Ma Mussolini, se non avesse fatto la guerra, sarebbe durato quanto Franco. Mussolini voleva la guerra, non ci è capitato per caso. Voleva diventare il grande condottiero, ma era un capo militare davvero infimo. Sarebbe stato giusto processarlo e poi impiccarlo, ma i capi della Resistenza, Longo, Ingrao, Pertini, non volevano questo perché era un abilissimo oratore e avrebbe tirato in ballo le responsabilità degli italiani”.
Quella “umiliazione” finale, secondo Guerri, non ha come teatro Piazzale Loreto a Milano, bensì un altro luogo ben preciso:
“Tutto successe in una stazione di servizio all’inizio di Corso Buenos Aires, il punto esatto dove oggi c’è un McDonald’s. Quel McDonald’s ha quintuplicato le vendite da quando è uscito il mio libro”.
Mussolini, fenomeno pop?
Può Mussolini essere considerato un fenomeno pop?
“Non si è studiato il fascismo per 30 anni. Bisogna aspettare De Felice nel 1976 per trovare un’analisi sul consenso. Il problema non è ancora risolto perché non si è studiato. I tedeschi hanno affrontato il nazismo con ricerche approfondite. Loro hanno un libro intitolato ‘I carnefici della porta accanto’. Noi non l’abbiamo mai fatto. Siamo stati tutti antifascisti dal 1943 in poi, ma per decenni la nostra storiografia è stata ridicola”.










