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Home - Intreccio tra mafia e imprenditoria, il Tar: “D’Alba nella zona grigia”. I giudici bocciano il ricorso dell’industriale foggiano

Intreccio tra mafia e imprenditoria, il Tar: “D’Alba nella zona grigia”. I giudici bocciano il ricorso dell’industriale foggiano

Confermata l'interdittiva antimafia alla "Tre Fiammelle". Dalla lista delle estorsioni al "patto di non parlare" fino ai contatti con Iaccarino e Capotosto: la sentenza del tribunale amministrativo

Di Francesco Pesante
20 Febbraio 2024
in Inchieste
In alto, D'Alba; sotto, Capotosto e Iaccarino; a destra, il prefetto di Foggia, Valiante; sotto, Tizzano

In alto, D'Alba; sotto, Capotosto e Iaccarino; a destra, il prefetto di Foggia, Valiante; sotto, Tizzano

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Nulla da fare per Michele D’Alba. Il Tar Puglia, Sezione Seconda, presidente Allegretta, ha bocciato il suo ricorso contro l’interdittiva antimafia alla società “Tre Fiammelle”, attualmente sotto controllo giudiziario, specializzata nel settore pulizia, con appalti anche al Comune di Foggia. I giudici amministrativi hanno sposato in pieno l’impianto accusatorio del prefetto Maurizio Valiante ponendo in risalto una serie di opacità relative all’imprenditore foggiano, attivo in diversi comparti economici in Capitanata e nel resto d’Italia.

La “Tre Fiammelle” venne fuori già nella maxi operazione “Decima Azione contro la mafia foggiana. “Figura nella lista delle estorsioni – evidenzia il Tar -. Il manoscritto sequestrato indica la dicitura 4000 ogni 3 mesi”. Secondo chi scrive, avvalorato anche dai pentiti di mafia, sarebbe la quota del pizzo versato alla malavita foggiana.

I giudici hanno poi ricordato quando un membro del clan Moretti, in particolare Franco Tizzano, uomo di punta dell’organizzazione nel settore delle estorsioni, riferì di essere andato a parlare con D’Alba “al fine di riscuotere la sua parte di contributo all’associazione mafiosa”.

E ancora la frase “deve pure portare una cosa di soldi”, sempre con riferimento all’imprenditore, intercettata durante una conversazione tra Tizzano e Alessandro Aprile detto “Schiattamurt” del clan Sinesi-Francavilla.

In “Decima Azione” fece scalpore la richiesta del pizzo ai danni del centro per anziani “Il Sorriso” di Paolo Telesforo, all’epoca socio di D’Alba nella gestione del “Don Uva”. I mafiosi, riguardo al pagamento dell’estorsione, dissero: “Questa palla se la deve tenere D’Alba”, forse per l’impossibilità di arrivare a Telesforo. Gli “emissari mafiosi”, individuati in Franco Tizzano ed Ernesto Gatta sono stati poi condannati a 18 e 10 anni di reclusione.

Gatta e Tizzano al “Sorriso”

Ma non è tutto, altra questione controversa per D’Alba è il “patto di non parlare” sancito in questura a Foggia con il figlio e il genero. “Nella sala d’attesa – riporta sempre il Tar – è emerso l’accordo, su invito del D’Alba, di non riferire nulla di quanto a loro conoscenza a proposito dei contatti avuti per il pagamento del pizzo”.

Rilevante ai fini dell’interdittiva è stato ritenuto, inoltre, il coinvolgimento di D’Alba nella maxi inchiesta sulle tangenti al Comune di Foggia dove l’imprenditore non risulta però indagato. Il 27 novembre 2020 l’ex presidente del Consiglio comunale, Leonardo Iaccarino e l’ex consigliere comunale, Antonio Capotosto – poi arrestati ed attualmente sotto processo – “hanno cercato d’indurre D’Alba a dare o promettere 20mila euro in relazione al riconoscimento di un debito fuori bilancio nei confronti della ‘San Giovanni di Dio’ (all’epoca riconducibile al genero, ndr). L’imprenditore nell’occasione – è riportato ancora dal Tar -, si diceva infastidito per le modalità della richiesta e riferiva che non avrebbe denunciato la vicenda aggiungendo ‘perché vi voglio bene’“.

Bocciato dai giudici anche il tentativo di “self cleaning” di D’Alba. A presiedere la cooperativa fu infatti incaricato un generale, ex comandante del Raggruppamento Autonomo del Ministero della Difesa. Una mossa del tutto vana. “Quanto alle misure di self cleaning adottate dalla società ricorrente dopo la comunicazione di avvio del procedimento ex art. 92 del codice antimafia – si legge in sentenza -, il prefetto le ha ritenute inidonee a determinare un’effettiva diminuzione del peso dell’imprenditore nella gestione degli affari societari in quanto la società ricorrente e altre imprese facenti capo alla famiglia D’Alba sono socie in blocco di altri gruppi imprenditoriali, non potendo dunque escludersi una strategia imprenditoriale univoca”. Tra queste aziende spicca il colosso della lavanderia industriale “Lavit Spa” guidato da Lorenzo D’Alba, figlio di Michele, colpita anche quest’ultima da interdittiva antimafia come anticipato da l’Immediato nei mesi scorsi.

“Sulla base di siffatti elementi, l’Autorità prefettizia ha ritenuto che la condotta dell’imprenditore si pone in ‘quelle zone grigie in cui si intersecano interessi mafiosi e interessi imprenditoriali con la logica della reciprocità dei vantaggi’, vieppiù nel contesto ambientale, di corruzione e racket diffuso, corroborando il significato della lista delle estorsioni sequestrata il 20 marzo 2018 e confermando il pericolo di condizionamento dell’impresa”. “In siffatto contesto – riportano i giudici -, appare ‘più probabile che non’ che gli estensori abbiano scelto di colpire il gruppo dei Telesforo-Vigilante e non il gruppo D’Alba in quanto il primo ha denunciato e il secondo no, come dimostrato dagli attentato del 2020 contro la RSSA Il Sorriso”. “Che la reticenza – aggiungono – sia cagionata da contiguità soggiacente o compiacente è irrilevante ai fini dell’adozione dell’interdittiva”.

Per i giudici, “diversamente da quanto affermato dalla parte ricorrente (avvocati difensori Michele Laforgia e Gennaro Rocco Notarnicola), non occorre affatto la prova del pagamento del pizzo e che la ‘più probabile che non’ ipotesi che ciò sia avvenuto comprende, viste le ulteriori circostanze fin qui descritte, anche quella che vi sia il rischio che ciò avvenga e che la cooperativa ricorrente, pertanto, contribuisca a finanziare la criminalità organizzata”.

Ancora, la contestazione di “inattualità” del provvedimento – i fatti risalgono al 2017/2018 e le operazioni antimafia avrebbero sgominato e ristretto in carcere i responsabili dei tentativi di estorsione al gruppo criminale – viene respinta: “Per consolidato orientamento giurisprudenziale, il mero decorso del tempo, invero, nel caso di specie, piuttosto esiguo, è in sé un elemento neutro, che non smentisce da solo la persistenza di legami, vincoli e sodalizi e, comunque, non dimostra da solo l’interruzione di questi, se non corroborato da ulteriori e convincenti elementi indiziari. Peraltro, occorre considerare che l’infiltrazione mafiosa, per la natura stessa delle organizzazioni criminali dalla quale promana e per la durevolezza dei legami che essi instaurano con il mondo imprenditoriale, ha una stabilità di contenuti e, insieme, una mutevolezza di forme, economiche e giuridiche, capace di sfidare il più lungo tempo e di occupare il più ampio spazio disponibile”.

Nella sentenza di 30 pagine del Tar spuntano, infine, gli interessi di D’Alba in Sardegna. C’è infatti un riferimento alla “nota della Regione Sardegna che invitò il consorzio Cns (Consorzio Nazionale Servizi, ndr) a provvedere alla individuazione di nuove consorziate, in sostituzione della ‘Tre Fiammelle’, per l’esecuzione dei contratti attuativi, nell’ambito della Convenzione quadro tra la Regione e il Consorzio relativa al servizio di manutenzione impianti degli immobili in uso alle amministrazioni della Regione Autonoma della Sardegna rientranti nel territorio della Provincia del Sud Sardegna e della Città Metropolitana di Cagliari”. Cns opera anche a Foggia dove, anche in questo caso, ha “subappaltato” alcuni servizi alla consorziata “Tre Fiammelle”.

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Tags: D'Alba
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