“Non sono né indagato e né risulto negli atti delle indagini della Procura di Latina. Quindi ribadisco nuovamente la mia totale estraneità”. Lo afferma il parlamentare Aboubakar Soumahoro che per anni ha legato il suo nome anche alla provincia di Foggia dove si è spesso recato per fare visita ai ghetti della zona. Sui social, il deputato è tornato sulla notizia dell’arresto di moglie e suocera accusate di aver messo in piedi un “collaudato sistema fraudolento”.
“Prendo atto della misura applicata alla mia compagna Liliane Murekatete che chiarirà nelle sedi opportune la sua posizione visto che i processi non si celebrano né sui giornali né in rete. Continuo, come sempre, a confidare nella giustizia e nel principio costituzionale della presunzione di innocenza. Tuttavia, chiedo il rispetto della privacy di mio figlio, vista anche la delicatezza del momento. Ringrazio tutte e tutti per il sostegno e la vicinanza umana nonostante l’evidente strategia di due pesi e due misure. Il mio impegno nei luoghi del bisogno e in Parlamento continua con lo stesso spirito di dedizione e di abnegazione in una prospettiva di servizio alla collettività”.
Un fiume di denaro pubblico dirottato all’estero
Un fiume di denaro pubblico ‘dirottato’ all’estero e non utilizzato per le strutture destinate all’assistenza di migranti e dei minori non accompagnati. Lo riporta Ansa. Oltre 28 milioni di euro arrivati dalle casse statali in cinque anni, dal 2017 al 2022, che solo in una minima parte sono stati impiegati per migliorare le aree di accoglienza dove, invece, mancava tutto: alloggi fatiscenti con riscaldamento assente e condizioni igieniche precarie tanto che gli ospiti erano costretti a vivere, in base a quanto affermano gli inquirenti, “in condizioni offensive dei diritti e della dignità degli uomini e delle donne”. È il sistema nella gestione dei fondi delle cooperative dei familiari del parlamentare Aboubakar Soumahoro scoperto dalla Guardia di Finanza a Latina e che ha portato agli arresti domiciliari la moglie, Liliane Murekatete e la suocera, Marie Therede Mukamatsindo, anche quest’ultima nota a Foggia per la sua partecipazione ad una vecchia edizione di TedX.
Alloggi fatiscenti con riscaldamento assente e condizioni igieniche precarie
Oltre alle due donne i pm di Latina hanno ottenuto dal tribunale l’obbligo di dimora per un figlio della suocera del deputato. Le misure riguardano appartenenti al consiglio di amministrazione della cooperativa sociale integrata Karibu. Nei loro confronti le accuse sono, a vario titolo, di frode nelle pubbliche forniture, bancarotta fraudolenta patrimoniale (per distrazione) e autoriciclaggio. L’operazione scattata all’alba di lunedì rappresenta lo sviluppo dell’indagine avviata nei mei scorsi e che ha già portato a processo sei persone, tra cui Murekatete e Mukamatsindo, per reati fiscali.
Nell’ordinanza di oltre 150 pagine il gip ricostruisce quello che definisce “un collaudato sistema fraudolento fondato sull’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente e oggettivamente inesistenti e altri costi inesistenti, adoperati dalla Karibu nelle dichiarazioni dal 2015 al 2019”. Una struttura “delinquenziale organizzata a livello familiare che negli anni (almeno dal 2017 in poi) non ha fatto nient’altro rispetto all’attività criminale oggetto delle imputazioni”, si legge nelle carte. Dall’esame della corrispondenza mail con i collaboratori tutto era gestito da Murekatete che “autorizza pagamenti, organizza incontri istituzionali finalizzati – scrive il gip – a trovare nuovi sbocchi lavorativi per la cooperativa”.
Il giudice: “Buona parte del denaro ricevuto non è stato adoperato
per le finalità preposte”
Per il giudice le “condotte risultano volontarie e consapevolmente mirate ad un risparmio di spesa (e successiva distrazione) dei fondi pubblici percepiti. Il dato oggettivo e contabile, non superabile, è che buona parte del denaro ricevuto non è stato adoperato per le finalità preposte”. Una parte dei fondi è stata trasferita, si tratta di circa mezzo milione di euro, in Ruanda, Belgio e Portogallo e reimpiegata in attività imprenditoriali e comunque estranee rispetto alle “finalità di assistenza e gestione in Italia dei migranti e richiedenti asilo” per l’acquisto di gioielli, capi firmati, soggiorni in alberghi, ristoranti e centri estetici. Dall’ordinanza del gip di Latina emerge, inoltre, che uno degli indagati “avendo la disponibilità delle credenziali di accesso al conto corrente principale della Karibu e della coop Jambo, ha potuto disporre, a suo piacimento, delle risorse pubbliche erogate per la gestione dei migranti, trasferendo ingenti risorse di denaro pubblico a favore di se stesso oltreché verso l’estero ed in particolare in Ruanda dove lo stesso ha avviato prima l’apertura di un Supermercato e, successivamente, di un ristorante sotto l’insegna “Gusto Italiano””. La Gdf, inoltre, ha proceduto al sequestro di circa due milioni di euro (1.942.684,18). Gli indagati non hanno esitato a disfarsi della documentazione della coop finita al centro dell’indagine: i Finanzieri hanno, infatti, accertato che parte degli atti contabili è stata trovata nella raccolta differenziata. (Ansa).












