“Attenzione alle assuefazioni. Attenzione al consenso sociale. Sono due tumori sociali. Se noi permettiamo questo, i clan comandano e assoggettano. Ecco perché è importante anche l’appello del procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro, che io condivido: è importante chiamare le cose per nome”. Sono le parole di don Antonio Coluccia, il “prete indigesto” agli spacciatori. Una vita sotto scorta quella del sacerdote salentino sbarcato nella capitale, a Roma Nord (San Basilio), deciso a sottrarre le ragazze e i ragazzi alla strada. “Gesù camminava per i villaggi ed io mi devo conformare a Cristo. E lo ha fatto ovunque sia stato”. È stato intervistato da “Parole di speranza Tv” a margine di uno degli appuntamenti “La città che vorrei – Una Bussola per la legalità”, organizzato dall’Università con la Diocesi di Foggia.
“Questa città così bella la fanno i cittadini – ha detto il parroco antimafia -. Mi sento di esortarli dicendo ‘riappropriatevi della vostra città’. Questa città vi appartiene, vi è stata data in dono, abbiatene cura, custoditela e soprattutto occupate quei territori franchi presi in possesso dai criminali. Come si fa? Attraverso la Costituzione italiana. Cittadinanza attiva è partecipazione sociale. In questo territorio dove la mafia ha assoggettato territori, situazioni, si è infiltrata, qui c’è bisogno dei cittadini: il popolo è la prima istituzione secondo la Costituzione. Per cui, fate fronte comune e abbiate il coraggio di abitare questi territori in nome anche del Vangelo, che umanizza e abbraccia, che ci responsabilizza. Questa città ha bisogno di te, caro fratello e sorella perché la speranza, come direbbe don Tonino Bello, va organizzata con l’impegno di tutto”.
“Le istituzioni devono esserci sempre, è il motto della Polizia di Stato del resto – ha proseguito -. È importante chiamare le cose per nome. Riconoscere le criticità di un territorio e organizzare la speranza. Lo dobbiamo fare. Perché se non possiamo cambiare l’inizio di una storia, certamente possiamo cambiare il finale – ha concluso -. Ce la possiamo fare con la regola delle tre P: pochi, piccoli passi. Attraverso anche una forma di indignazione che ci deve essere in città. Rischiare, osare. Lo dobbiamo fare per i bambini, per il futuro ragazzi”.










