Pronto soccorso, odio e insulti agli operatori. Lo sfogo: “Così i (pochi) medici fuggono da Foggia”

Ferie col contagocce e a rischio burnout, personale preso di mira dalle denunce e con il morale a pezzi. Viaggio in corsia al Policlinico “Riuniti”

Gettiamo ogni giorno il cuore oltre l’ostacolo per dare una risposta di salute, costantemente sotto organico e con l’alto rischio di burnout. Leggere e ascoltare le incitazioni alla violenza degli ultimi tempi sta fiaccando lo spirito di molti medici e operatori. Qualcuno ha partecipato già a concorsi per andar via…”. A parlare è il dirigente del Pronto soccorso di Foggia, Paola Caporaletti, dopo le denunce di alcuni cittadini dei giorni scorsi. La responsabile prova a spiegare la complessità di un reparto che negli anni ha cambiato nettamente la propria funzione, passando dallo “smistamento” dei pazienti nei reparti alla necessità, ora, di “destinare” ogni singolo caso. Detto in altri termini: individuate il percorso diagnostico più idoneo dopo aver centrato la diagnosi.

Non proprio un’attività semplice. Per arrivarci, infatti, possono servire consulenze, analisi ed esami diagnostici. Tutto da completare, spesso, nelle “ore di attesa” che vengono contestate nelle lamentele. “C’è tutto un back-end invisibile – spiega -, anche quando sembra non ci sia nessuno in attesa. In realtà trattiamo i pazienti, oltre che in Ps, anche nella ‘struttura campale’, garantendo ancora aree destinate ai pazienti positivi al Covid”. Tutto con un numero di personale (5 medici) inferiore agli standard del periodo pre pandemico. “Non abbiamo mai mandato via un paziente o chiuso le attività per sanificare gli ambienti, siamo l’unica porta sempre aperta del sistema sanitario e veniamo costantemente insultati. Questo non è utile a nessuno”. Poi aggiunge: “Come se non bastasse, ci sono carenze importanti di posti letto: non possiamo tenerci qui i pazienti e considerarli come ricoveri ordinari…”.

Sullo sfondo, le difficoltà generali del settore, in affanno per la mancanza di oltre 4mila camici bianchi. “Diversi medici hanno fatto concorsi per altri reparti, alcuni sono già andati via, altri probabilmente lo faranno a breve. Per non parlare degli specializzandi, sempre più disincentivati ad abbracciare questo percorso. Questo significa che ci sarà una ulteriore riduzione dell’organico. A pesare ulteriormente su uno scenario già di per sé gravoso, la scadenza, da giugno, dei rapporti di lavoro di infermieri e operatori socio sanitari chiamati per l’emergenza Covid. I giovani non scelgono di fare questo lavoro meraviglioso – conclude con amarezza -, ma che espone alla conflittualità, all’aggressività, alla rivendicazione e alla facile denuncia, piuttosto che al ringraziamento o alla condivisione della difficoltà del momento. È un lavoro duro, dove anche le ferie e le assenze sono ridotte all’osso, pertanto non è appetibile”.

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