Riuniti di Foggia, Carrieri: “In arrivo ricercatori dall’estero e medici di caratura internazionale. Il Deu? Non basta”

Intervista al delegato dell’Unifg che annuncia: “Apriremo altre 10 scuole di specializzazione grazie al finanziamento di 17 milioni di euro, per la prima volta siamo sullo stesso piano del Policlinico di Bari”

L’arrivo del commissario Giuseppe Pasqualone per il post Dattoli e un finanziamento di 17 milioni di euro per le scuole di specializzazione. Il Policlinico “Riuniti” di Foggia, assieme all’università, si gioca una partita decisiva nei prossimi mesi. E per la prima volta l’azienda sanitaria di viale Pinto viene equiparata al Policlinico di Bari. Un’apertura di credito da parte della Regione Puglia in una fase difficile per la Capitanata, contrassegnata dal peso degli effetti nefasti, sociali ed economici, della criminalità organizzata. “Siamo consapevoli della sfida importante per il territorio, ma il nostro impegno deve essere mirato al miglioramento dell’assistenza ai pazienti”, ha glissato Giuseppe Carrieri, direttore del dipartimento di Urologia e delegato del rettore per l’area medica e scuole di specializzazione.

Professore, come sta cambiando il policlinico con il commissario Pasqualone? 

Non è facile prendere in mano un’azienda complessa come la nostra, ma si sta muovendo in maniera eccellente. Certo viene da un’azienda diversa, l’Asl di Brindisi, dove ha fatto un ottimo lavoro. E sono sicuro, anche alla luce del suo curriculum consolidato, che farà bene anche qui

Sul tavolo Dattoli ha lasciato un’ampia programmazione, ci sono sviluppi?

Il primo tassello, forse il più importante, è la definizione del Protocollo d’Intesa con la Regione Puglia ed è lo strumento fondamentale per la collaborazione con l’Università, perché definisce approcci logistici e organizzativi

Qual è la novità di quello che si può definire il primo vero protocollo del Policlinico?

Terrà conto di tutte le realtà, universitaria e ospedaliera. Al Riuniti è stata praticamente azzerata la conflittualità tra le due anime. Da anni collaborano in maniera sinergica. Gli ambiti sono ben definiti, e immagino che subito dopo Pasqua verrà concluso questo percorso

In una provincia segnata negli ultimi anni dalla cronaca nera, l’azienda ospedaliera e l’Università possono avere un ruolo importante nel piano di rilancio del territorio. È una grande responsabilità…

Siamo pienamente consapevoli di avere questa responsabilità in una città che, purtroppo, ha una serie di problemi e nella quale queste sono due istituzioni che rappresentano uno spiraglio di speranza. Ma al di là dell’aspetto ‘aziendale’, abbiamo a cura la salute dei cittadini, obiettivo che deve avere sempre precedenza rispetto alla visione del Policlinico come volano di sviluppo socio-economico nel territorio

Il rettore Limone recentemente ha sottolineato la necessità dell’attrattività del territorio, per rendere appetibile la scelta di medici e ricercatori. Gli indici di qualità della vita non sono incoraggianti. Quanto incide questo aspetto sullo sviluppo del Policlinico?

Da un certo punto di vista è vero, esiste un problema di attrattività. Però noi dobbiamo attrarre medici con la prospettiva di crescita importante al Policlinico e, sul versante universitario, di crescita all’interno della comunità scientifica. Questa è una delle motivazioni forti per attrarre i camici bianchi

Una ‘cantera’ come si dice nel linguaggio sportivo…

Esatto. Questa è una prerogativa del Policlinici universitario, quella di essere interessanti per medici che non solo possono lavorare con il meglio delle tecnologie e dell’assistenza, ma anche che vogliono fare attività scientifica e didattica. Qui abbiamo il grande vantaggio di avere tanti specializzandi. Questo significa che un medico, tra virgolette, diventa automaticamente un professore, nel senso che deve insegnare il mestiere a tanti giovani colleghi in formazione

Avete iniziato anche un percorso di rientro dei cervelli dall’estero?

Sì, riusciamo a far rientrare colleghi dall’estero. C’è il caso della genetica. Stiamo cercando di continuare questo tipo di lavoro. Rientrano solo se percepiscono un contesto adeguato, tecnologie e la possibilità di fare una buona docenza ai giovani. Questa è la strada. Inoltre, ci sono colleghi illustri, provenienti da altre università, che hanno scelto Foggia. Cito solo alcuni esempi. C’è il professor Domenico Paparella, dall’Università di Bari, che verrà designato come responsabile della futura Cardiochirurgia: è una persona di grandissimo rilievo, anche internazionale, ha scelto noi. Poi c’è il professor Carlo Bettocchi, presidente della società europea di Andrologia. Da La Sapienza è arrivato il professor Gian Maria Busetto, per operare proprio in campo urologico. E altri…

La Regione sta provando a ridisegnare il sistema sanitario regionale. Quali prospettive si possono aprire con l’apertura dell’Unifg alla Bat?

Noi abbiamo già rapporti di collaborazione importanti, con due clinicizzazioni (urologia e radiologia), e due corsi di laurea (infermieristica e tecnico di laboratorio). L’obiettivo che ci prefiguriamo, da entrambe le parti, è quello di implementare ulteriormente questi nostri rapporti con lo sviluppo magari di ulteriori corsi di laurea, che l’Università di Foggia potrebbe in ogni caso potrebbe aprire nella Bat

Basterà per risolvere il problema endemico delle scuole di specializzazione? La Regione Puglia ha già messo sul piatto finanziamenti importanti, facendo carico sul bilancio proprio…

Sicuramente. Siamo grati all’impegno dell Regione Puglia, al presidente Emiliano e al vicepresidente Piemontese, all’assessore Palese, che hanno di fatto messo in campo risorse importanti per l’ampliamento delle scuole di specializzazione, favorendo la realizzazione di concorsi che hanno portato a Foggia docenti che ci hanno consentito di aprire scuole. Questo è possibile solo se hai docenti di qualità, ovvero che abbiamo una comprovata valenza di tipo scientifico, dal punto di vista quantitativo e qualitativo

Quali sono gli effetti di questa programmazione?

Ne abbiamo aperte diverse di scuole, abbiamo intenzione di aprirne altre 10 a breve. Questo grazie ad un ulteriore supporto della Regione, con un finanziamento di circa 17 milioni di euro. Grazie a questo passaggio, Foggia darà la stessa risposta del Policlinico di Bari

Le due posizioni saranno equiparate per la prima volta, dunque?

Esatto. È un’apertura di credito importante alla quale dobbiamo dare risposte. Siamo convinti che questa programmazione andrà in porto e arriveranno giovani, nuove energie: elementi decisivi per la ricerca. Peraltro, l’immissione di forze fresche è sempre foriera di grandissimi benefici per tutti

Sugli spazi come siete messi, basta il Deu?

Il Deu è stata una boccata d’ossigeno, ma da solo non può bastare. Al 90% è completato, manca solo il trasferimento del pronto soccorso. Rinnovare l’edilizia è comunque la priorità. È arrivato il momento di far cadere i brutti palazzi dell’ospedale per dare una dignità diversa ai pazienti. E di risolvere i problemi logistici: non è possibile passare da un ‘ospedale’ all’altro per fare una tac…

Cosa manca al Riuniti per essere attrattivo?

Già noi siamo un punto di attrazione per le regioni limitrofe, nel nostro reparto abbiamo un gran numero di pazienti da Molise, Campania, Basilicata e Calabria. Così in altri reparti. Certo bisognerebbe smaltire le liste d’attesa. Oltre a questo bisogna fornire professionalità e tecnologie ai pazienti

Le attività ordinarie sono state contingentate negli ultimi due anni, a che punto siamo su questo? Eravamo già in ritardo sulle liste d’attesa, come si potrà recuperare?

Abbiamo avuto rallentamento importante di tutte le attività ordinarie, un rallentamento significativo in ambito oncologico, non solo nelle cure ma anche nelle diagnosi. Siamo in una fase in cui, pur scontando ancora gli effetti della pandemia, con il modulo 1 della Rianimazione ancora destinato al Covid, abbiamo diversi anestesisti che non possono essere spostati sulle attività ordinarie. Questo è l’imbuto principale, visto che gli anestesisti sono sempre meno. Si consideri che qui si opera tutti i giorni, su tre sale operatorie, con una media di circa 2000 interventi l’anno: l’anno scorso di questi tempi, invece, ne facevamo uno a settimana… ora c’è un ‘effetto rebound’, con i pazienti che, ritornati dopo il lockdown sanitario, stanno mettendo sotto stress ulteriormente la macchina. Ma stiamo tenendo botta…

Poi c’è l’ormai endemica carenza di personale

Bisogna aggiornare le piante organiche. E abbiamo una mancanza costante di infermieri. Serve intervenire in breve tempo per rinforzare una macchina che deve correre più di prima. Servono grandi investimenti in sanità, ora più che mai, sia nel pubblico che nel privato, per vincere una guerra nella quale più soldati abbiamo e maggiori sono le chance di vittoria.

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