Morte Donato Monopoli, i difensori di uno dei foggiani indagati: “Fu semplice scazzottata tra giovani”

Per i legali di Francesco Stallone si trattò di rissa aggravata e non di omicidio. “Il giovane deceduto per emorragia cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma”

Dopo l’accusa di omicidio volontario aggravato avanzata dal pubblico ministero è arrivata la replica dei legali difensori del 28enne Francesco Stallone, uno dei due foggiani, l’altro è il coetaneo Michele Verderosa, indagati per la morte del cerignolano Donato Monopoli. Il fatto risale alla notte del 6 ottobre 2018 quando, per futili motivi, Monopoli fu picchiato brutalmente in una discoteca di Foggia. La vittima, rimasta in coma quasi otto mesi, morì nell’ospedale di San Giovanni Rotondo nel maggio del 2019. Nelle scorse ore, il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio per Stallone e Verderosa con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Il prossimo 23 aprile è prevista l’udienza preliminare.
In una nota, gli avvocati Paolo D’Ambrosio e Tonio Ciarambino hanno parlato di un’accusa “tanto grave quanto infondata” con “pesanti ricadute sull’opinione pubblica della comunità cittadina. Sentiamo il dovere – proseguono – di intervenire per fare conoscere la posizione della difesa, che – lo si vuol dire nettamente – è di forte critica verso l’iniziativa assunta dai pubblici ministeri”.
Michele Verderosa e Francesco Stallone
Poi aggiungono: “La richiesta di rinvio a giudizio per omicidio volontario a carico di Francesco Stallone ci stupisce enormemente, sia perché, alla conclusione delle indagini, i pubblici ministeri avevano contestato l’omicidio preterintenzionale, sia perché, effettivamente, le indagini espletate avevano accertato che questa tragica vicenda era scaturita da una semplice scazzottata tra giovani, avvenuta in discoteca, all’esito della quale il povero Monopoli aveva avuto una emorragia cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma”.

Secondo gli avvocati difensori “appare doveroso segnalare che diversi testimoni avevano reiteratamente riferito che il nostro assistito era stato il primo ad essere aggredito finendo disteso a terra, e che solo in seguito si era innescata la colluttazione nella quale si erano fronteggiati, da una parte, i 5 giovani cerignolani, dall’altra i due foggiani oggi imputati. È pacifico che non fossero state usate né armi, né oggetti atti ad offendere, così come è pacifico che la lite durò solo pochi secondi. È, dunque, impensabile che ci sia stata l’intenzione di uccidere, tanto più che la lesione mortale riportata dal Monopoli non risultava riconducibile ad una percossa determinata, ma alla sfortunata rottura, non eziologicamente certa, dell’aneurisma cerebrale, che avrebbe portato alla morte solo 8 mesi dopo. In tale particolarissimo contesto, a fronte di dichiarazioni testimoniali estremamente confuse, quanto all’individuazione di chi avesse colpito chi, e, soprattutto a fronte del sicuro coinvolgimento nella lite di almeno 4 persone, appariva già una forzatura la contestazione dell’omicidio preterintenzionale, anziché della rissa aggravata dalla morte del corrissante.
Ad avviso di questi difensori – si legge ancora nella nota -, era invece questa l’unica contestazione possibile nel caso di specie ed in grado di render giustizia della responsabilità di tutte le persone coinvolte nel tragico episodio, ivi comprese le presunte vittime. Tutto questo, poi, senza tenere conto dei gravi ritardi e omissioni nelle cure apprestate all’infortunato da parte dei sanitari, la cui responsabilità, pur motivatamente indicata da questa difesa, è stata esclusa dai pubblici ministeri in maniera proceduralmente errata e sostanzialmente opinabile.
Non meno errata ci pare la contestazione dell’aggravante dei futili motivi, ignorando le testimonianze delle ragazze che hanno riferito che il motivo della lite era stato quello di essere state pesantemente molestate da parte dei ragazzi di Cerignola. Insomma, una serie di scelte interpretative largamente opinabili dalle quali discende un capo di imputazione che sortisce da subito e ingiustamente – secondo i difensori di Stallone – l’effetto di impedire la definizione del processo col rito abbreviato, e condanna anzitempo gli imputati alla gogna dei violenti carnefici.
Cionondimeno, nella piena consapevolezza dell’innocenza del nostro assistito rispetto alle accuse, continuiamo a confidare nello scrupolo e competenza dei giudici della corte di assise di Foggia (ormai designati inevitabilmente ad occuparsi del processo) i quali sicuramente avranno la capacità di restituire a questa vicenda il suo giusto nome, che è quello di rissa aggravata e non di omicidio, e, ancora, di accertare che l’emorragia cerebrale che condusse a morte il Monopoli non fu causata da alcun pugno, men che meno infertogli da Francesco Stallone, il quale ebbe solo a difendersi da una vile aggressione”.

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