Mafia foggiana, la Cassazione presenta il conto al boss Sinesi e ai suoi picciotti. Inflitti 40 anni di galera nel processo “Saturno”

12 anni ad uno dei padrini della “Società Foggiana”, ora la condanna è definitiva. Il clan Sinesi-Francavilla intimoriva i camionisti costringendoli a versare il pizzo in cambio di protezione

La Cassazione presenta il conto al clan Sinesi-Francavilla. Definitive le condanne del processo “Saturno” per il racket dei parcheggi davanti al conservificio Princes nella zona industriale di Foggia. Rigettati i ricorsi presentati dai legali difensori degli imputati che chiedevano l’esclusione dell’aggravante mafiosa o la ripetizione del processo d’appello. Confermati 12 anni di reclusione a Roberto Sinesi, 58 anni detto “lo zio”, tra gli storici capimafia della “Società Foggiana”, già detenuto a Rebibbia al 41 bis.
Per i magistrati della DDA, il boss fu mandante di 5 estorsioni e 2 tentativi di estorsione ai danni di camionisti ai quali il clan chiedeva 50 euro al mese per posteggiare davanti all’azienda del pomodoro e ottenere “protezione”.

Nel riquadro, Sinesi

Condanna a 10 anni per Cosimo Giardiello, 48 anni, titolare di una ditta di trasporti, riconosciuto colpevole di concorso in 4 estorsioni e 2 tentativi di estorsione; 8 anni al suo dipendente Raffaele La Tegola, 49 anni, colpevole di concorso in un’estorsione; 10 anni di reclusione anche per Luigi Speranza, 51 anni, parcheggiatore, per concorso in 4 estorsioni e 1 tentativo di estorsione. Luciano Cupo, braccio destro di Sinesi, optò invece per il rito abbreviato e fu condannato in via definitiva a 4 anni per estorsione e spaccio.

“Gli autotrasportatori si trovavano davanti a un gruppo criminale altamente terribile – riporta la Gazzetta del Mezzogiorno pubblicando stralci delle motivazioni -; il grado d’oppressione patita si coglie nell’intercettazione ambientale in cui una vittima diceva che ‘manco a Napoli succedono queste cose’. Sul territorio di Foggia si è mosso un gruppo, con Roberto Sinesi che stava riorganizzando le fila dell’organizzazione mafiosa da lui condotta, che operava con metodi puramente mafiosi, risolvendo i problemi per i camionisti che pagavano le somme pretese. Né il pizzo di 50 euro al mese per ogni camion che posteggiava deve apparire irrisorio – riporta ancora la testata -, perché è evidente che il programma criminoso fosse finalizzato a estendere l’imposizione a quanti più autotrasportatori possibili, una volta avviato il regime estorsivo: moltiplicando l’importo dovuto mensilmente dal singolo autotrasportatore per il numero di veicoli in sosta davanti al conservificio in attesa di scaricare il pomodoro, affiora un bersaglio economico tutt’altro che trascurabile”.