“Caterino vicino al clan? Macché, sono storie di mafia che ha letto su l’Immediato”. Fa acqua la difesa nel processo sulla strage di San Marco

Ai microfoni Giulio Treggiari, legale dell’imputato che si rifiuta di collaborare con la giustizia. In Corte d’Assise l’interrogatorio del luogotenente Savino Landriscina: confermati i rapporti tra “Popò” e i montanari

“Non c’è nulla che leghi Caterino al clan Li Bergolis. In quelle conversazioni ripercorre la storia della delinquenza di Manfredonia. Un patrimonio anche del suo giornale. L’avrà letta sul suo giornale”. Risponde così l’avvocato Giulio Treggiari alle domande sul suo assistito, ritenuto dall’accusa affiliato del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci. Giovanni Caterino, alias “Giuann Popò”, 39enne di Manfredonia è detenuto a Bari con l’accusa di aver fatto da basista per la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. Fiumi di intercettazioni ambientali captate dagli inquirenti fanno emergere il rapporto tra l’imputato e i capi del clan, Enzo e Dino Miucci, il primo ritenuto da Caterino “un maestro”, l’altro “un santo”. Ma per il legale sono tutte questioni apprese su l’Immediato, cenni storici. In realtà, sul tavolo ci sono numerose conversazioni riportate in esclusiva da questa testata, pubblicate successivamente all’arresto di Caterino, datato ottobre 2018. L’uomo si connette ad internet e legge il giornale dal carcere?

Oggi, intanto, in Corte d’Assise è proseguito l’interrogatorio del luogotenente Savino Landriscina del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Foggia. Il militare ha confermato che Caterino è stato anche manovale nell’azienda edile di Leonardo detto Dino Miucci. E ha anche ricordato che Caterino si metteva quasi al pari di Enzo Miucci e Saverio Tucci, insieme ai quali voleva andare alla guerra con i rivali del clan Lombardi-Ricucci-La Torre.

Un legame forte con i “montanari” tanto che il carabiniere ha svelato almeno tre tentativi degli inquirenti di convincere Caterino a collaborare con la giustizia ma non c’è mai stato nulla da fare. “Lo abbiamo convocato nei nostri uffici a febbraio e a luglio del 2018 ma si è rifiutato categoricamente di collaborare. L’ultima volta gli è stato proposto durante la detenzione ma ha rifiutato anche questa volta”, ha evidenziato Landriscina.

Poi si è passati alla Fiat Grande Punto che Caterino avrebbe guidato quel 9 agosto 2017. “Seguiva la New Beetle delle vittime (Mario Luciano Romito e il cognato Matteo De Palma) da Manfredonia. In alcuni punti si allontanava ma nei pressi del luogo della strage si avvicinava per poi lasciare spazio alla Ford C-Max con dentro il commando armato”. Il carabiniere ha confermato che la Punto, di proprietà del 50enne Giuseppe Bergantino, fu condotta da Caterino in più occasioni. Anche nell’ottobre successivo quando con alcuni amici si recò nel ristorante “l’Orecchietta” di Candela.

Inoltre nelle intercettazioni emerge la preoccupazione dello stesso Caterino il quale si era accorto di essere stato immortalato dalla videosorveglianza mentre pedinava la New Beetle delle vittime: “Ecco la bastarda dove sta”, riferendosi alla telecamera.

Infine, il tentato omicidio del 18 febbraio 2018: quel giorno alcune persone a bordo di una Giulietta provarono ad uccidere Caterino per vendicare la strage. Alle 7 del mattino, “Popò” stava per recarsi ad una partita di calcetto ma proprio sotto casa sua, nei pressi di via Barletta, l’uomo fu tamponato dall’auto dei killer. Nonostante questo, riuscì a scappare. In seguito si vantò per la sua scaltrezza dando dei “pierini” ai sicari, descritti come incapaci di uccidere. Per quel fatto di cronaca fu arrestato il foggiano Massimo Perdonò, attualmente sotto processo per tentato omicidio. Secondo le intercettazioni, assistette alla scena Pietro La Torre, 38enne di Manfredonia alias “U’ Muntaner”. La Torre, attualmente latitante, “abita sulla stessa via di Caterino ed era sul balcone in quell’istante” ha confermato il teste.



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