I “boom ed i baam” della mafia foggiana: proprietario del suv esploso già minacciato in passato. Nella morsa, gli interessi della sanità privata

L’obiettivo dei criminali era l’auto di proprietà di un amministratore sanitario, già nel mirino dei clan mafiosi qualche anno fa. Nelle carte di “Decima Azione” le pressioni per pizzo e assunzioni

Polizia di Stato al lavoro per ricostruire quanto accaduto ieri sera in via d’Aragona a Foggia. Ignoti hanno innescato una bomba sotto il suv del responsabile del personale di una nota RSSA foggiana. Una deflagrazione impressionante – udita in più zone della città – che ha colpito sei auto parcheggiate, danneggiando inoltre la saracinesca di un’attività e le vetrate di alcune abitazioni.

Ma l’obiettivo dei criminali era il suv di proprietà dell’amministratore sanitario, già nel mirino dei clan mafiosi qualche anno fa. Nome già comparso (vittima di ricatto, ndr) nelle carte di “Decima Azione”, maxi operazione contro la “Società Foggiana”. A fine novembre 2018, all’esito delle indagini, furono arrestate 30 persone tra le quali Ernesto Gatta e Francesco Tizzano, ritenuti appartenenti alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza.

I due finirono in manette per estorsione aggravata e continuata in concorso con altre persone, non identificate. Le dinamiche del ricatto, le pressioni per le assunzioni (e non solo), emergono tutte nella stessa ordinanza.

Tizzano si rivolgeva al proprietario del Suv sottolineando che “a causa della loro conoscenza risalente nel tempo – evidenziano i magistrati dell’antimafia – si era proposto di parlargli prima che iniziassero ‘i boom ed i baam’, in tal modo alludendo a possibili esplosioni presso la R.S.S.A., nonché nell’aggiungere che nella ‘lista’ (da intendersi quale lista delle vittime di estorsione) era già presente uno degli amministratori della residenza ma non anche il socio, il quale però avrebbe potuto fargli qualche regalino o qualche pensierino”.

Tizzano, però, una volta appreso dal responsabile del personale che l’amministratore avrebbe immediatamente denunciato le richieste di pizzo, “gli porgeva il suo telefono cellulare e diceva di chiamare il 113 e sporgere denuncia, tanto se fosse stato arrestato sarebbero tornati da lui altre decine di persone con le medesime richieste; quindi, aggiungeva che avrebbe dovuto far pervenire all’amministratore il seguente messaggio: ‘questa palla se la deve tenere D.’, facendogli in tal modo intendere il riferimento al pagamento del ‘pizzo’ da parte dell’altro socio; infine, Ernesto Gatta disse al responsabile del personale che la R.S.S.A. avrebbe dovuto assumere lui e la moglie di Tizzano; a fronte della risposta della vittima, che sottolineava come nella struttura potessero essere assunti solo operatori socio sanitari, ribatteva che avrebbero provveduto loro a recapitargli le certificazioni necessarie”.

Le pressioni della mafia non trovarono riscontro “per la mancata adesione alle richieste estorsive da parte delle vittime”.



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