L’ombra della mafia dietro l’omicidio di Scipione in viale Candelaro. Vittima pestata dai clan alla periferia di Foggia nel 2016

Si sospetta il coinvolgimento delle batterie della Società. Sul caso indaga la procura ordinaria ma sulla vicenda c’è il costante monitoraggio della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari

Cosa si nasconde dietro l’omicidio di viale Candelaro? Chi voleva la morte di Roberto D’Angelo, 53enne foggiano alias “Scipione”, venditore privato di auto? L’uomo, con vecchi precedenti per truffe alle assicurazioni negli anni ’90, non era contiguo ai clan locali, fanno sapere gli inquirenti, ma non si può escludere un coinvolgimento delle batterie della Società Foggiana.

Sul caso indaga la procura ordinaria, pm Matteo Stella con il costante monitoraggio della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari che sarà aggiornata frequentemente durante il lavoro dei magistrati locali. D’Angelo è stato ucciso con tre colpi di revolver tra testa e gola, modalità tipiche degli agguati di mafia; avvicinato da due persone a bordo di un motociclo e giustiziato in pieno centro cittadino, in un orario piuttosto trafficato (attorno alle 21:35).

Il 5 settembre 2016, l’uomo fu vittima involontaria di un pestaggio nell’autoparco sulla Statale 16 di proprietà del 39enne nipote, Vincenzo D’Angelo, quest’ultimo vittima del racket mafioso, coinvolto nel 2015 nell’operazione “Double Key” (colpo fallito al Banco di Napoli).

Vincenzo D’Angelo fu minacciato da personaggi di spicco della mafia foggiana come Rodolfo Bruno, Antonio Salvatore e Alessandro Aprile, il primo (ucciso a novembre 2018) del clan Moretti-Pellegrino-Lanza, gli altri due gravitanti nella batteria Sinesi-Francavilla. I tre, coadiuvati da Cristian Malavolta e Luigi Di Gennaro, rispettivamente di Oggiono e Torremaggiore, furono arrestati con l’accusa di aver costituito un’organizzazione criminale nel tentativo di estorcere denaro a D’Angelo, titolare dell’autoparco in questione.

In quell’occasione fu ammazzato un pastore tedesco che era di guardia. Dalle indagini emerse che i malviventi si recarono presso l’autoparco intimando ai titolari il versamento indebito di 80mila euro sulla base di un presunto credito vantato dal padre di Malavolta (ormai deceduto) e vecchio socio in affari di D’Angelo. All’incontro, minacciarono di morte l’uomo mimando con le mani un gesto piuttosto eloquente relativo a un imminente pericolo di vita per la vittima della tentata estorsione.

Dopo circa un’ora, viste le resistenze di D’Angelo, i malviventi tornarono alla carica. E stavolta presso l’autoparco si presentarono personaggi di spessore criminale della mafia foggiana come Bruno, Aprile e Salvatore. Dopo aver intimato al titolare di legare il cane da guardia, lo aggredirono con calci e pugni alla presenza della moglie e dei figli minorenni. Malmenato anche Roberto D’Angelo, zio di Vincenzo, che si era frapposto in difesa del nipote. Non paghi, i componenti del gruppo criminale esplosero colpi d’arma da fuoco all’indirizzo delle persone presenti e dopo alcuni minuti di intensa sparatoria, lasciarono l’autoparco anche a causa della risposta del titolare dell’autoparco, armato di pistola a salve. “Un atto che poteva avere esiti nefasti”, il commento dell’allora capo della squadra mobile, Roberto Pititto durante la conferenza stampa nella quale furono annunciati gli arresti di Bruno e soci.

Durante le indagini venne fuori che D’Angelo aveva realmente avuto un rapporto lavorativo con Malavolta con il quale si occupava di compravendita di auto soprattutto all’estero, ma non risultò alcun credito di 80mila euro.

Negli anni ’70 fu invece ammazzato Vincenzo D’Angelo, padre di Roberto, anche lui conosciuto con il soprannome di “Scipione”. Sta ora agli inquirenti provare a incastrare i tasselli del puzzle.





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