Mafia, lo Stato colpisce ancora. Interdittiva al fratello di “Jennaro scalfone”, killer del clan Li Bergolis

Provvedimento per l’azienda agricolo-casearia di Manfredonia, riconducibile a Francesco Giovanditto, 51 anni, uomo un tempo legato al boss “Lombardone” e stretto parente del noto ergastolano

Interdittiva antimafia sul Gargano. L’ennesima spiccata dallo Stato nei confronti di imprese ritenute vicine ai clan locali. Colpita l’azienda agricolo-casearia di Manfredonia, riconducibile a Francesco Giovanditto, 51 anni (uomo un tempo legato al boss Matteo Lombardi detto “Lombardone”, classe ’61), tra i gestori della masseria Orti Frenti a San Giovanni Rotondo. Un luogo simbolo della mafia garganica. La tenuta che ospitava le riunioni dei capi che si incontravano per prendere decisioni e portare avanti i propri business. Fu lì che i carabinieri piazzarono alcune cimici che costarono il carcere ai fratelli Li Bergolis, incastrati dagli ex alleati manfredoniani.

Giovanditto, originario di San Nicandro Garganico, fu arrestato nel 2004 insieme ai fratelli Franco e Mario Luciano Romito e a Pasquale Ricucci detto “fic secc'”. I quattro furono pizzicati nell’ambito di un blitz contro la mafia del promontorio. Si nascondevano in alcuni casolari nelle campagne di San Marco in Lamis e, anche se armati, furono bloccati dalla repentina operazione messa a segno dai militari dell’Arma. I carabinieri sequestrarono diverse armi, tra cui una pistola calibro 38, nascosta nella giacca di uno dei quattro e una calibro 9, occultata sotto il materasso.

Francesco Giovanditto è fratello dell’allevatore 45enne Gennaro Giovanditto, “il killer della mafia garganica”, detto “Jennaro scalfone”. La vita criminale di quest’ultimo basta a raccontare la lunga scia di sangue che per anni ha interessato il territorio garganico. Circa un anno e mezzo fa, il tribunale di Foggia lo condannò (insieme a Michele Scanzano) a 8 anni e 6 mesi per la tentata estorsione (operazione Remake 2, ndr), aggravata da metodo mafioso, nei confronti di una ditta di rifiuti solidi urbani che gestiva il servizio per conto del Comune di San Nicandro Garganico, paese natale del boss. Fu la prima volta che il tribunale dauno riconobbe la mafia nelle estorsioni per l’area del Gargano Nord. Quasi in contemporanea con la decisione della Corte d’Appello di Bari che riconobbe l’aggravante mafiosa negli episodi di racket messi in atto dal clan Notarangelo a Vieste. Sentenze per certi versi storiche dopo quella “Iscaro-Saburo” del 2009, maxi inchiesta riguardante le organizzazioni criminali di Monte Sant’Angelo.

Giovanditto è uomo di spicco della mala del promontorio, anello di congiunzione tra il clan sannicandrese dei Ciavarrella e il gruppo dei “Montanari”. In “Iscaro-Saburo” fu ritenuto “killer di mafia” per conto dei Li Bergolis e condannato all’ergastolo per tre omicidi. Nelle carte di quell’inchiesta (sentenza della Corte di Assise di Foggia), Giovanditto venne descritto come “diretto collaboratore dei capi (Armando Li Bergolis e Franco Romito) con funzioni organizzative e logistiche (trasmissione degli ordini dal vertice alla base degli affiliati), decisionali (partecipazione, insieme ai capi, alle decisioni quotidiane della vita associativa) e direttamente operative, anche con autonomia”. L’uomo era ritenuto cooperante con il sodalizio.

Giovanditto, insieme ad altri pezzi da novanta della mala garganica, nei capi d’imputazione fu incasellato all’interno di un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga (eroina, cocaina e hashish). Era definito “un sottocapo, con rapporti di diretta dipendenza con Armando Li Bergolis (al 41bis) e Franco Romito (ucciso nel 2009) e con relativa autonomia decisionale”.

Oltre alla detenzione e allo spaccio di droga e al possesso di armi, Giovanditto fu accusato e infine condannato all’ergastolo (decisive le dichiarazioni di una pentita) “per aver, in concorso con altre persone rimaste sconosciute, con metodo mafioso consistito nelle particolari e brutali modalità con cui avvenne il duplice omicidio, anche al fine di agevolare l’attività del sodalizio, ammazzato con premeditazione Angelo Fania e Vincenzo Fania, attinti con colpi d’arma da fuoco all’interno di una masseria in località Monte d’Elio (San Nicandro Garganico) e nel terreno limitrofo, e di aver agito con crudeltà colpendo le vittime alla testa con arma micidiale che provocò la fuoriuscita di materia cerebrale”. Era l’ottobre del 1999.

Sempre Giovanditto, in concorso con altre persone, assassinò successivamente, con metodo mafioso consistito nelle particolari e brutali modalità con cui avvenne l’omicidio, cagionato con premeditazione, Michele Tarantino. La vittima fu attinta fuori da una sala giochi a San Nicandro con colpi d’arma da fuoco diretti alla tempia causandogli lo sfacelo del cranio. Marzo 2001.

Fu invece assolto dall’accusa di aver partecipato al triplice omicidio di Giuseppe Quitadamo, Daniele De Nittis e Francesco Prencipe. Un efferato fatto di sangue sulla strada s.v. del Gargano a San Nicandro Garganico. Le vittime furono inseguite per oltre 2 chilometri ed eliminate con numerosi colpi d’arma da fuoco al corpo e alla tempia con sfacelo del cranio. Aprile 2001.

Giovanditto fu assolto anche da altre accuse di omicidio. Come per la morte di Giovanni Tarantino, atteso all’ingresso della sua masseria e ucciso con colpi alla nuca che gli sfigurarono il viso. Località Camarda, San Nicandro Garganico. Marzo 2002. Altra vittima, Antonio Siciliano, ucciso con la solita tecnica in località Bosco Rosso a San Marco in Lamis. Aprile 2002. E poi ancora, la morte di Carmine Tarantino in risposta alla morte del padre di Matteo Ciavarrella. Località Fiorella, San Nicandro Garganico. Dicembre 2002.

Inoltre Giovanditto fu assolto dall’accusa di aver istigato e deliberato gli omicidi di Daniele Scanzano, inseguito per un centinaio di metri e sparato al corpo e alla tempia a San Nicandro Garganico, marzo 2003, Antonio Daniele Graziano, eliminato a Cagnano Varano nel maggio 2003 e Antonio Vocino, ucciso in un locale a San Nicandro Garganico. Settembre 2003.

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